venerdì 20 aprile 2018

CLESSIDRA - Dani Shapiro

Ci penso io, disse M. Un ritornello familiare, che ho sempre amato e al quale ho sempre desiderato poter credere. Questo desiderio - il mio desiderio - è parte del nostro matrimonio. Stiamo insieme da quasi vent'anni. Il picchio, le creature inquietanti, lo sciame di parole. La casa vecchia, la velocità del tempo, l'accrescersi della tristezza. Le cose che possono o non possono essere riparate. Ci penso io.

Io e mio marito siamo sposati da poco più di sei mesi. Prima c’è stato un annetto di convivenza, due mesi circa di corteggiamento consapevole, e non so dire quanti di parole prima sporadiche e poi sempre più impellenti, che ci hanno portato qui. A condividere una casa; a non avere più solo cose mie e sue, ma anche cose nostre; e un anello al dito, a sancire tutta l’intenzione di non lasciarci più.
Siamo quindi una coppia relativamente fresca, stiamo insieme da meno di due anni; e anche se qualche nostra abitudine, qualche piccola routine, già ce l’abbiamo, ne abbiamo ancora molte da sviluppare.

Forse è stato questo, il nostro essere ancora una coppia “giovane”, a spingermi verso Clessidra di Dani Shapiro, un memoir da poco pubblicato da edizioni Clichy e tradotto da Gaja Cenciarelli, in cui questa autrice americana racconta i suoi diciotto anni di matrimonio con il marito M. Diciotto anni, rispetto ai nostri quasi due, sono tantissimi e sicuramente tante sono le cose che si devono affrontare, e che potrebbero cambiare, in tutto quel tempo.

Loro, per esempio, hanno avuto un figlio e poi hanno rischiato di perderlo. Hanno dovuto affrontare lutti, malattie e perdite che sembrano incolmabili e che su di loro pesano ancora come un macigno; hanno avuto momenti pieni di lavoro (entrambi freelance, entrambi nel mondo della scrittura, lei vera e propria scrittrice, lui ex fotografo di guerra ora sceneggiatore) e altri di difficoltà ad arrivare a fine mese. Hanno avuto momenti di gelosie, di paure, di incomprensioni che, nel corso degli anni, un po’ li hanno allontanati pur rimanendo vicini. Momenti di “e se”, di rimpianti. Cose che all'esterno non si mostrano, ma che sono sempre presenti e non li abbandonano mai.
Quello che non pubblichiamo su Instagram: gli estratti conto; gli avvisi di mancato pagamento; le occhiate veloci che ci scambiamo quando nostro figlio non ci guarda. I doposbronza; le notti insonni; le rette scolastiche. Le e-mail con notizie spiacevoli; i moduli dell'assicurazione sulla vita. Le ultime volontà; i testamenti. I sospiri ansimanti. Il modo in cui talvolta ci abbracciamo la mattina presto - gli occhi gonfi, il caffè sul fuoco - e sprofondiamo la testa sulla spalla dell'altro. Andrà tutto bene, vero?Le braccia rafforzano la presa. Andrà tutto bene. Un linguaggio comune - come una colonna sonora della nostra vita - talmente familiare che ormai facciamo fatica a capire chi di noi stia parlando.

Dani Shapiro racconta tutto questo con intelligenza, senza nascondere nulla, senza dare la visione di un amore perfetto che si è mantenuto intatto e immutabile nel tempo, ma descrivendone tutti i cambiamenti, tutte le evoluzioni, tutte quelle piccole grandi cose della vita che avrebbero potuto intaccarlo e cambiarlo, e in parte lo hanno fatto senza però distruggerlo ma facendolo semplicemente maturare.

Clessidra mi ha commossa. Forse perché sono una romantica, che crede nel lieto fine e nell’amore che vince sopra ogni cosa, ma  non sono così ingenua da non sapere che la vita può metterti davanti di tutto, momenti bellissimi ma anche enormi difficoltà, in cui perdersi potrebbe essere un attimo.
I passi falsi e le cadute; gli errori di valutazione; i pericoli scampati: gli «avrei potuto». Sono arrivata a nutrire la convinzione che non sono tanto gli errori che commettiamo a influenzare la nostra vita, quanto il momento in cui li commettiamo. Ora c'è meno elasticità. Meno tempo per reagire. E quindi do ascolto a quel sussurro urgente e mi muovo con sempre maggiore circospezione. Tengo la mia vita con M. tra le mani con la stessa delicatezza che riservo alla maiolica che abbiamo riportato dalla luna di miele tempo fa. Siamo delicati. Siamo belli. Non siamo nuovi. Dobbiamo essere maneggiati con cura.
Dani e suo marito, però, dopo vent'anni d'amore e diciotto di matrimonio ce la stanno facendo, sono ancora insieme, nonostante tutto. E da questo memoir, che non è mai sdolcinato e non edulcora nulla, il loro amore emerge forte e chiaro in ogni pagina, in ogni dettaglio, in ogni parola che la scrittrice sceglie per raccontarlo e in ogni difficoltà che devono affrontare. Ed è bello, forte anche quando insicuro, e trasmette un sacco di speranza a chi invece è solo all'inizio, ma non desidera altro che avere esattamente lo stesso e farà di tutto per farlo succedere.
Il nostro mondo si restringerà quando la tempesta del tempo si abbatterà su di noi. Ci sbiancherà, metterà a nudo i nostri nodi, ci spezzerà come legna trasportata dal fiume. È questo restringimento - non l'incertezza - a essere inevitabile. Il restringimento non succederà oggi, né domani. Non quest'anno, né il prossimo. Non in questi dieci, né - forse - nei prossimi dieci. Fortuna permettendo, certo. Ma non solo fortuna.


Titolo: Clessidra
Autore: Dani Shapiro
Traduttore: Gaja Cenciarelli
Pagine: 152
Anno di pubblicazione: 2018
Editore: Clichy
Prezzo di copertina: 15€
Acquista su amazon:
formato brossura: Clessidra. Tempo, memoria, matrimonio
formato ebook: Clessidra: Tempo, memoria, matrimonio (Rive Gauche - Fiction e non-fiction americana)

mercoledì 18 aprile 2018

MAESTOSO È L'ABBANDONO - Sara Gamberini

Lucia mi spiegava che quello in cui credono tutti a noi non doveva interessare. Fino ai miei venticinque anni mi ha chiamato noi. Il suo colore preferito era il viola, era femminista, narcisa, sessantottina e cercava un po' di salvezza. Lucia era cresciuta di malavoglia e aveva conservato intatta la sua fede nell'onnipotenza di qualcuno. Negli anni era stato onnipotente suo padre, l'ex marito, mio padre, un prete, l'amante, Bertinotti, il femminismo, la pranoterapeuta, il comunismo. Quando la accompagnavo al parco ad abbracciare gli alberi, mi spiegava come i desideri dovessero sempre trovare la strada della realizzazione. A qualunque costo? Molto più facilmente che a qualunque costo, mi rispondeva.

Questa recensione di Maestoso è l’abbandono di Sara Gamberini, da poco uscito per Hacca edizioni, sarà una recensione inutile. Lo dico subito, per anticipare quelle che saranno molto probabilmente le considerazioni di chi la leggerà una volta arrivato alla fine. Quindi se state cercando un parere per decidere se leggere o meno il libro, passate oltre perché qui non lo troverete.
Sarà una recensione inutile, e aggiungo che mi dispiace molto, perché questo libro si meriterebbe sicuramente molto ma molto di più di quello che io sono in grado di scrivere.

Non so spiegarvi perché, ma la sensazione che mi ha accompagnata per tutta la lettura e anche una volta finita, quando mi sedevo al pc per cercare di buttar giù due righe, è stata l’inadeguatezza: temo di non essere in grado di capire e apprezzare i romanzi introspettivi come dovrei. Forse è una questione di sensibilità, in me carente o semplicemente diversa, che di fronte a protagoniste che si raccontano attraverso i propri pensieri, elaborandoli e rielaborandoli, quasi vivendo solo attraverso di essi, a me viene solo voglia di entrare nel libro e scuoterle, per poi ritrovarmi però dopo a pensare che forse la mia praticità (apparente, più che altro) è solo un risvolto della stessa medaglia, e che forse se anche io mi lasciassi andare ai pensieri, anziché cercare di zittirli il più possibile, vivrei meglio.

Maestoso è l’abbandono è la storia di una donna e dei suoi addii, del suo distacco dal mondo ma anche della sua immersione totale in esso. Inizia con una decisione drastica, la scelta della protagonista, Teresa all’anagrafe […], Maria per i familiari, di non frequentare più lo studio del dottor Lisi, suo psicologo per tanti anni, con cui si è creato un rapporto strano, una soggezione mista a dipendenza reciproca. È una decisione sofferta, difficile da prendere, come sembrano esserlo quasi tutte quelle che la donna si ritrova a prendere nel corso della vita. 
Invidio le persone che se ne vanno sfumando, quelle che scompaiono lentamente solo quando le inviti ad andarsene. Con loro tutto ha inizio con una presenza luminosa, talvolta altissima, talvolta smarrita, fino all'accadimento dell'evento irreparabile, l'evento cruciale delle cui origini nessuno saprà niente nei secoli a venire, dai secoli passati. Essi scivolano in un luogo senza tempo, risucchiati da una scia polverosa che fa scomparire le vocali, un piede, le parole, gli abbracci; da questo luogo tendono le braccia, allungano le dita per attaccarsi alla terra ma il vapore e l'indicibile li catturano per lanciarli nel silenzio selettivo, nello spazio senza tempo. In principio sfumano le manifestazioni concrete, rimangono l'amore universale e le risposte gentili a chiusa secca. Si resiste, si fa l'abitudine al finale sgarbato e tutto sembra tornare a posto.
E forse è proprio per compensare questa sua difficoltà a decidere il da farsi, che spesso su altre cose si lascia semplicemente andare, si affida alla corrente e al suo flusso di pensieri, da cui si fa guidare e trascinare. E così si ritrova quasi all'improvviso ad abbandonare la sua casetta di campagna per trasferirsi in città, pur non amandola. E in una relazione con un suo collega, che è nata e proseguita così, senza troppe decisioni, senza troppo pensarci, ma rivelandosi poi molto più grande di quello che, almeno leggendo, traspare.
"Lorenzo tornava sempre. Quando si torna è vero amore?"
Al presente si alternano, poi, i ricordi del passato, che sono stati forse la mia parte preferita. I ricordi di quella madre ingombrante e forse un po’ egoista, che però la protagonista ha amato e ancora ama tantissimo, al punto da scriverle delle lettere, anche ora che non c’è più, pur sapendo che non le leggerà mai.

Maestoso è l’abbandono non è scritto bene, di più: ha un linguaggio poetico, ricercato, elegante ma al tempo stesso semplice, perfetto per trasformare in parole tutti gli stati d’animo e i pensieri della sua protagonista. Così come intense sono molte delle riflessioni che fa nascere.
Eppure, leggendolo, in me non è arrivato dove pensavo sarebbe arrivato e dove sicuramente arriva a chi ha un sensibilità diversa dalla mia. 
Ma non sto dicendo che non mi sia piaciuto, intendiamoci. È una sensazione molto più complessa di così. Al punto che anche adesso, mentre sto scrivendo, sento quasi un magone, inspiegabile persino a me stessa.  Perché mi dispiace non aver capito, mi dispiace non essere entrata in sintonia con la protagonista e con i suoi mille pensieri.

Questa è una recensione inutile, vi dicevo all'inizio, e direi che se siete arrivati fin qui ne avete avuto la conferma. Forse avrei anche potuto evitare di scriverla, vista la fatica che mi è costato sedermi qui e provare a mettere insieme delle parole di senso compiuto. Eppure, una parte di me mi dice che un libro che mi fa stare così, che mi fa sentire così, provare questa sensazione inspiegabile, da qualche parte invece è arrivato, qualcosa dentro di me ha toccato. Magari mi ci vorrà un po’ per capire cosa. Magari è un libro che dovrò riprendere con il tempo, di cui mi verrà in mente qualche passaggio in futuro e allora tornerò a cercarlo. E chissà che l'inadeguatezza non sarà sparita e riuscirò a scrivere una recensione un po' più utile.

Titolo: Maestoso è l'abbandono
Autore: Sara Gamberini
Pagine: 236
Anno di pubblicazione: 2018
Editore: Hacca
Prezzo di copertina: 15,00 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Maestoso è l'abbandono

venerdì 13 aprile 2018

LETTERE DAL MIO GATTO - Helen Hunt Jackson

Il quarto giorno dal nostro arrivo giunse una lettera dalla mamma, nella quale mi dava molte istruzioni su come comportarmi e in cui mi accludeva anche la prima missiva da parte di Micina. Le conservai nella tasca del mio grembiule per tutta la durata del soggiorno. Erano le prime che avessi mai ricevuto e ne andavo molto fiera. Le mostrai a tutti e tutti risero molto, chiedendomi se credevo davvero che a scriverla fosse stata proprio lei. Pensai che in effetti la mamma le avesse sorretto la zampina con cui teneva la penna, come a volte faceva con me, aiutandomi a comporre qualche parola. Chiesi a papà di informarsi, di scrivere a casa, per sapere se fosse davvero andata in questo modo ma, quando giunse la risposta, lui mi lesse questa frase: «Di' a Helen che non l'ho aiutata». Così mi convinsi che avesse fatto tutto da sé e, come vi ho già detto, dovetti crescere un bel po' prima di iniziare a nutrire qualche dubbio. Il fatto è che ritenevo che Micina fosse così meravigliosa che nulla sarebbe stato sorprendente per lei. Sapevo bene che i gatti generalmente non sanno né leggere né scrivere, però ero anche sicura che la mia gatta non avesse rivali al mondo.



Da poco più di un anno e mezzo condivido la mia giornata con una gatta, Luna. Potrei definirmi la sua "mamma in seconda", che si è affiancata alla sua mamma vera (ovvero, mio marito), e nel corso dei mesi abbiamo costruito un buffo rapporto, fatto di occhiatacce (sue) e ricerche di coccole (sempre sue), soprattutto quando deve mangiare. Ma ogni tanto mi cerca anche senza motivo e si lascia fare mille carezze quando sono io ad aver voglia di coccolarla. Avevo già avuto un gatto in passato, ma era un gatto di campagna, che a volte spariva da casa per giorni, si azzuffava con ogni altro animale vivente (prendendone, ma dandone anche tante) e che veniva in casa proprio solo se voleva mangiare o stare un po’ sul divano. Gli volevo bene, molto, ma il rapporto con lui non era paragonabile alla quotidianità che si è creata con Luna in questi mesi.
Me ne accorgo dal fatto che spesso, quando sono fuori casa, magari la sera, stanca dopo essere stata in giro tutto il giorno, Luna mi manca. Sì, anche se magari l’ho vista solo quel mattino e la rivedrò di lì a poco. E credo che i gatti questa cosa la sappiano e, soprattutto, che un po’ noi umani manchiamo anche a loro quando non ci siamo, o non si spiegano tutte le capriolone che lei fa appena rientriamo in casa.

Credo che anche Micina, la gatta che scrive le lettere alla sua padroncina Helen in Lettere dal mio gatto di Helen Hunt Jackson, provi lo stesso. Certo, lei lo maschera dicendo che in realtà pensa sia la bambina a sentire la sua mancanza, ma sì sa, i gatti sono sempre orgogliosi.
È un libricino prezioso, questo pubblicato dalla casa editrice La vita felice, con la traduzione di Benedetta Casella (ma ha anche il testo a fronte in inglese). Lo è per la tenerezza dei racconti di Micina, gatta super-pasticciona a cui ne succedono davvero una dietro l’altra; lo è per l’idea stessa di questa gatta che si mette lì e con la sua zampetta, e senza l’aiuto di nessun adulto, scrive le sue lettere per far sentire meno sola la sua padroncina lontana; e, se tutto questo ancora non bastasse, lo è per le belle illustrazioni di Addie Ledyard che accompagnano il volume.



Le lettere di Micina a Helen mi hanno davvero commossa. Spesso, guardando tutte le cose buffe che fa Luna, ma anche il modo in cui lei a volte ci guarda quando facciamo cose che immagino per lei siano incomprensibili, mi sono chiesta che cosa pensasse, come lo racconterebbe. Certo, Luna a differenza di Micina non ha mai pensato che la domestica volesse rubarci tutti i mobili quando noi non siamo in casa (forse anche perché non abbiamo una domestica, o forse perché lei scappa alla vista di qualunque estraneo osi mettere piede in casa), né è mai scivolata dentro a un barile pieno di sapone (il gatto che ho avuto in passato però sì, una volta è caduto nella vasca da bagno piena di detersivo, e poi è stato profumato per giorni); però credo che anche lei avrebbe davvero un sacco di cose da raccontare della sua giornata e di quello che le capita ogni giorno.

Mi sono sentita molto triste quando sei partita, ieri, e non sapevo cosa fare. Sono entrata nel granaio e pensavo di schiacciare un pisolino sul fieno, poiché sono convinta che dormire sia una delle cose migliori da fare se ci si sente infelici. Ma, senza il vecchio Charlie che picchiava gli zoccoli nella sua stalla, il posto sembrava così solitario che non ce l'ho fatta. Sono andata allora in giardino e mi sono messa sotto la rosa damascena a catturare le mosche. Ce n'è un tipo, lì attorno, che mi piace più di qualsiasi altro. Dovresti sapere che c'è una grande differenza tra il modo in cui le acchiappo io e quello in cui lo fai tu. Ho notato anche che tu non le mangi mai e mi sono meravigliata del fatto che, pur essendo sempre stata tanto gentile con me, potessi uccidere quelle poverette senza motivo: è una cosa di cui avrei sempre voluto parlarti.

Lettere dal mio gatto è un libro per grandi e piccini, perché chiunque stia convivendo o abbia convissuto con un animaletto peloso non potrà che sorridere e commuoversi di fronte a questa gatta scrittrice e un po’ pasticciona. E, dopo averlo letto, quando sarete via di casa, che sia solo per qualche ora o più a lungo, sentirete ancor di più la mancanza di quella vostra compagnia costante, quotidiana, che non vi abbandona mai.

Ora scusate, ma devo andare: Luna sta miagolando disperata perché ha fame (non mangia da ben venti minuti, poveretta) e non smetterà finché chiunque è in casa in questo momento non corra a nutrirla, e magari accarezzarle un po’ il pancino nel mentre.


Titolo: Lettere dal mio gatto
Autore: Helen Hunt Jackson
Traduttore: Benedetta Casella
Illustratore: Addie Ledyard
Pagine: 110
Anno di pubblicazione: 2016
Editore: La vita felice
Prezzo di copertina: 9,50 €
Acquista su amazon:
formato brossura: Lettere dal mio gatto

lunedì 9 aprile 2018

ALL'OMBRA DI JULIUS - Elizabeth Jane Howard

«Ti è mancato Julius? Intendo dopo un po' di tempo, passato lo shock.»
Lei sostenne il suo sguardo e ci pensò, seria.
«Mi è mancato ciò che lui rappresentava nella mia vita. Un padre per le bambine. Un uomo nella sua casa. La sicurezza di essere in coppia. Ma nel profondo... no, non mi è mancato. Avrei sofferto meno la solitudine, se lui mi fosse mancato in quel senso. E poi sento come di averlo abbandonato. È la prova che non lo amavo.»
«Non ti seguo». Felix stava pensando al suo senso di colpa per aver abbandonato lei.
«Sono cose che non si provano per chi si ama. Compassione, senso di responsabilità, questo tipo di sentimenti. Se ami una persona, non li provi. È impossibile, ecco.»




Esce oggi in libreria All’ombra di Julius, romanzo del 1965 di Elizabeth Jane Howard, finalmente pubblicato in Italia da Fazi editore, con la traduzione di Manuela Francescon.
Che io adori questa scrittrice inglese credo che ormai si sia capito: mi sono appassionata alle vicende della famiglia Cazalet fin dal primo volume, per poi seguirli con coinvolgimento e un po’ di apprensione fino all’ultimo; ho amato a dismisura Il lungo sguardo, il suo primo romanzo pubblicato in Italia, anche se io l’ho scoperto solo più tardi, che racconta un amore al contrario, partendo dalla fine, da quello che è rimasto, per procedere a ritroso fino al suo inizio.
Aspettavo quindi con ansia la traduzione di una sua nuova opera e sono davvero contenta che finalmente, anche qui in Italia, abbia trovato un editore (e tanti lettori) in grado di attribuirle tutto il riconoscimento che secondo me si merita.

Sono passati vent’anni dalla morte di Julius. Vent’anni da quella mattina in cui ha salutato la moglie Esme, la figlia maggiore Cressy e la minore Emma, per andare a compiere un gesto eroico durante la Seconda Guerra Mondiale, con cui poi tutti i membri della sua famiglia continueranno a fare i conti per tutta la loro vita.
Esme si chiede se si amavano abbastanza, e nel momento in cui se lo chiede sa già qual è la risposta. Stava con lui perché c’erano le figlie, perché gli dava la sicurezza di una famiglia… ma il suo vero grande amore era un altro, un uomo ben più giovane di lei e del marito, che non ha mai smesso di amare.
Cressy in quei vent’anni non ha fatto altro che cercare l’amore, sempre negli uomini sbagliati, a cui si è sempre concessa senza remore pur sapendo il male che si stava facendo. È una donna molto bella, una pianista brava ma non eccezionale, con la singolare abitudine di stare sempre con uomini sposati. Ed è forse diventata incapace di riconoscere l’amore vero.

Cressy sentiva che l’unico obiettivo da perseguire e poi mantenere con tenacia era l’amore; poi però le era stato d’intralcio il fatto di non avere le idee chiare su cosa fosse l’amore, e così si era ostinata a vederlo un po’ dappertutto, tanto per non sbagliare, o per sbagliare a colpo sicuro.

Emma, invece, è convinta che l’uomo della sua vita sia morto in guerra, senza che lei abbia avuto la possibilità di conoscerlo. È ancora giovane, eppure si sente tanto vecchia dentro. Lavora nella casa editrice che era del padre e si prende cura delle sofferenze d’amore della sorella, senza riuscire a capirla ma senza nemmeno mai giudicarla.
Un fine settimana le tre si ritrovano a casa della madre in compagnia di due uomini: il primo è Felix, il grande amore di Esme, che l’aveva abbandonata più o meno gli stessi giorni della morte di Julius e di cui per vent’anni la donna non aveva saputo nulla, serbandone però intatto il ricordo nella sua mente; il secondo è Dan, un poeta pubblicato proprio dalla casa editrice in cui lavora Emma, che la ragazza d’impulso ha invitato prima a pranzo e poi a trascorrere un fine settimana con lei. Anche l’uomo è alla disperata ricerca di un amore, o forse solo di qualcuno in grado di placare il dolore che sente dentro da quando ha perso quella che riteneva la donna della sua vita.
In questi tre giorni, molti nodi, molti non detti, sembrano venire al pettine. A capo c’è sempre lui, Julius, assente fisicamente ma ben presente in ognuna delle tre protagoniste, tutte accomunate da una disperata ricerca d’amore per colmare l’enorme perdita che l’uomo ha lasciato in ognuna di loro.

Una delle cose che amo di più di Elizabeth Jane Howard è la sua incredibile capacità di tratteggiare le dinamiche famigliari, con tutte le loro caratteristiche, le loro contraddizioni e ambiguità, senza però mai giudicare nessuno. Semplicemente racconta i personaggi e le loro debolezze affettive, dando voce alle loro emozioni, per quanto assurde o incomprensibili possano sembrare viste dall’esterno, da chi quelle emozioni non le sta vivendo.

In All’ombra di Julius succede proprio questo. Ci sono tre donne che si conoscono ma spesso si guardano senza capirsi; tre donne che si innamorano troppo o che non si innamorano mai, che amano le persone sbagliate o quelle giuste al momento sbagliato, che non si lasciano andare perché i loro ideali glielo impediscono o che si lasciano andare troppo perché i loro ideali si sono troppo spesso scontrati con la realtà.

Avevo già notato la bravura di questa scrittrice inglese nel raccontare le emozioni in tutti e cinque i volumi della Saga dei Cazalet, ma forse ancor di più in
Il lungo sguardo (che precede All’ombra di Julius di ben dieci anni). In All’ombra di Julius questa abilità diventa ancor più evidente: siamo di fronte a una donna, una scrittrice, che ha avuto lei stessa una vita sentimentale un po’ turbolenta e che, dagli anni ’50, ha descritto l’amore, tutte le sue dinamiche e le sue contraddizioni così, con eleganza e intelligenza, ma senza nascondere nulla, senza farsi bloccare da convenzioni o condizionamenti sociali. Perché l’amore non ha regole, anche se a volte forse se le avesse sarebbe più facile, e può arrivare così, all'improvviso, e si deve essere pronti a tutto per non lasciarselo sfuggire.
Arrivò allo svincolo, lo riconobbe all'ultimo momento. Spense il motore e riaccese la luce. Lei dormiva davvero. Stette a guardarla per alcuni secondi, come a fissarsi nella mente i tratti del suo viso. Aveva una bocca bellissima, non c'erano altri modi per definirla. E poi aveva l'aspetto dolce e arreso di chi ha completamente ceduto al sonno. Eccola, pensava Felix, è qui. È straordinario averla trovata. Immagino che tutti provino questa sensazione a un certo punto della loro vita, e che tutti pensino di essere i primi a sperimentarla. Non voleva toccarla, temeva quasi di farla sparire, di rompere l'incantesimo.

Titolo: All'ombra di Julius
Autore: Elizabeth Jane Howard
Traduttore: Manuela Francescon
Pagine: 327
Anno di pubblicazione: 2018
Editore: Fazi
Prezzo di copertina: 20 €
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formato brossura: All'ombra di Julius
formato ebook: All'ombra di Julius

martedì 3 aprile 2018

RAGAZZE CON I NUMERI - Vichi De Marchi e Roberta Fulci



Da quindici anni, la casa editrice editoriale Scienza ha una collana, “Donne nella scienza”, che, come il suo nome lascia intendere, racchiude le biografie di donne che hanno dedicato la propria vita alla scienza.
Ecologiste, scienziate, astronome, genetiste, fisiche, biologhe… donne che, nel corso dei secoli, hanno combattuto per seguire i propri sogni e le loro passioni, in un settore in passato per lo più maschilista, raggiungendo traguardi molto importanti.

Proprio per festeggiare i quindici anni della collana, nel mese di marzo è uscito in libreria Ragazze con i numeri. Storie, passioni e sogni di 15 scienziate: un bel volumone cartonato, illustrato da Giulia Sagramola, in cui Vichi De Marchi e Roberta Fulci raccontano le biografie o alcuni momenti particolari della vita di quindici donne che hanno scritto pagine fondamentali della scienza, del passato e del presente.

Si parte con Valentina Terenshkova che nel 1959 si lancia per la prima volta con il paracadute e nel 1963 diventa la prima donna ad andare nello spazio. Poi si va in Tanzania con Jane Goodall (e sua madre) a studiare gli scimpanzé; si conosce Tu Youyou, la donna che è riuscita a trovare la cura per la malaria studiandone tutti gli effetti direttamente sul campo, e poi si danno i numeri alla NASA insieme a Katherine Johnson. Si legge la storia di Rita Levi Montalcini e quella dell’antropologa Margaret Mead; si va sotto a un vulcano con Katia Krafft, la fidanzata dei vulcani, e suo marito Maurice che hanno dato la vita per la loro passione; si studiano i numeri (e le ciambelle) con Maryam Mirzakhani e sua figlia; si piantano alberi con Wangari Maathai per salvare l’ambiente e la natura dalla corruzione; si scattano foto con Rosalind Franklin per scoprire la struttura del DNA e si guarda nel telescopio accanto a Vera Rubin, per poi fare un salto nella Parigi dell’800 insieme a Sophie Germain, intrufolandosi con lei negli ambienti matematici allora vietati alle donne. Poi, insieme a Laura Conti (e ai suoi gatti) si imparano quanto terribili possano essere gli effetti della diossina sulla natura e sull’uomo, mentre dai disegni del ‘600 di Maria Sibylla Merian si scopre la struttura di molte pianti e molti insetti, per poi concludere il viaggio con Hedy Lamarr, attrice e inventrice.

Laura Conti e i suoi gatti

Ragazze con i numeri racconta le storie di tutte queste donne, del loro apporto scientifico al mondo, ma anche della loro umanità. Non vengono tralasciati i pericoli, le difficoltà o anche solo le rinunce che queste scienziate hanno incontrato e affrontato per arrivare dove sognavano di arrivare, ma non manca nemmeno l’entusiasmo, la passione, la soddisfazione e il divertimento che hanno provato.
Il risultato è un libro molto interessante e molto bello, che non si interessa solo ai personaggi più famosi e che non si limita a un semplice riassuntino di una pagina, ma analizza un po’ più in profondità alcuni aspetti della vita delle sue protagoniste, in settori della scienza che spesso nemmeno gli adulti conoscono.

Insomma, c'è tanto da imparare da questo libro e, soprattutto, da queste donne. E c'è tanto da imparare anche da molti editori di libri per bambini e per ragazzi che da anni, seppur apparentemente nell'indifferenza generale, lottano contro gli stereotipi senza cavalcare onde, semplicemente facendo quello che gli riesce meglio: usare le parole (e i disegni!) e la passione per raccontare storie, a bambine e bambini (ribelli e non) e a chiunque abbia voglia di leggerle.



Titolo: Ragazze con i numeri
Autore: Vichi De Marchi e Roberta Fulci
Illustratore: Giulia Sagramola
Pagine: 200
Anno di pubblicazione: 2018
Editore: editoriale Scienza
Prezzo di copertina: 18,90 €
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formato cartaceo: Ragazze con i numeri. Storie, passioni e sogni di 15 scienziate

venerdì 23 marzo 2018

fiore frutto foglia fango - Sara Baume

Tornati a casa di mio padre, ti riposi vicino ai miei piedi sul tappeto del soggiorno e io fumo arruffandoti le radici rosse del pelo. Adesso sei tornato tu. Quel tu che non si siede, non resta fermo, non si blocca e non sta al piede a comando, che non viene quando lo chiamo, che non sa camminare come si deve, proprio per niente. Eppure devo ammirare il modo in cui resti te stesso. Non voglio trasformarti in uno di quei giocattoli a batteria che abbaiano e fanno la capriola quando premi l'interruttore. Ho sbagliato a dirti che sei stato cattivo. Ho sbagliato a cercare di importi un po' della mia umanità, visto che il genere umano non mi ha mai portato nulla di buono.



Io sono una di quelle persone che si ferma a salutare ogni cane che vede per strada. Che si ferma a guardare le somiglianze tra l’animale e il suo padroncino e a immaginare quale rapporto ci sia tra loro, e che si commuove di fronte a ogni gesto di tenerezza che si scambiano.
Non ho mai avuto un cane mio. Più volte ci ho pensato, ma per un motivo o per l’altro non è mai il momento giusto. E poi ora ho una gatta bellissima, a cui voglio molto bene.

Credo siano stati tutti questi motivi a spingermi verso fiore frutto foglia fango, il romanzo d’esordio della scrittrice irlandese Sara Baume, da poco uscito per NN editore con la traduzione di Ada Arduini. Mi piaceva tantissimo il titolo, mi piaceva tantissimo la copertina, ma soprattutto la sua trama: un cane senza un occhio che viene adottato da un uomo senza niente se non se stesso, le sue abitudini e i suoi ricordi.

Sono una coppia un po’ strana, Unocchio e Ray. L’uomo lo ha adottato d’impulso, dopo aver visto un annuncio sulla vetrina di uno dei negozietti del piccolo paese irlandese in cui abita. Quando lo ha visto la prima volta, quando ha visto il suo aspetto malandato e la sua paura, Ray ha capito che era il suo compagno giusto. D’altronde anche Ray è un solitario: lo è sempre stato, fin da bambino, e lo è diventato ancora di più quando suo padre, che si è preso cura di lui per tutta la vita, è morto.
Unocchio e Ray riescono a crearsi quasi subito una routine, fatta di passeggiate e corse sulla spiaggia, di annusate tra i cespugli e di coccole in poltrona.

Di sera guardiamo la televisione. A te piacciono i documentari sulla natura, soprattutto se ci sono versi d'uccelli acutissimi. A me piacciono i reality show. Mi piace il fatto che, senza copione, la gente non sa cosa dire o dice le cose sbagliate. Mi piace che, senza cipolle, la gente piange comunque; anzi, piange meglio.Io non ho fatto la vita dei personaggi della televisione. Non ho combattuto in guerra, non mi sono innamorato. Non ho mai tirato un pugno a un uomo o preso per mano una donna. Non ho vissuto al massimo, non ho avuto una vita piena, ma voglio comunque credere che sia stata intensa, che sia stato capace di mettere in discussione e riflettere sulla mia esistenza nulla e vuota,e a volte anche di capirla.

Nessuno però può entrare nel loro mondo. Unocchio non lo permette. Finché un giorno, proprio durante una delle loro passeggiate, il cane azzanna un altro cane e i due sono costretti a scappare. Inizia così un lungo viaggio in auto apparentemente senza meta, in cui i due a poco a poco impareranno a conoscersi sempre di più, a vicenda, ma soprattutto se stessi.

Il potenziale affinché fiore frutto foglia fango mi piacesse tantissimo c’era tutto. C’è la tenerezza del rapporto tra un cane e il suo padrone; c’è la storia di Ray, quest’uomo solitario che non è mai riuscito a trovare il suo posto nel mondo, ma che al tempo stesso vive bene nelle sue piccole abitudini e routine, lontano da tutti; c’è il viaggio alla ricerca di se stessi che non porta poi così lontano da dove si è partiti.

Tu non mi appartieni, Unocchio. Tu non mi appartieni e ho sbagliato a trattarti come se fossi mio. Tu appartieni alle colline ingannatrici, ai campi e ai fossi irrefrenabili, alle buche della foresta, alla linea dell’orizzonte, ai tassi.
Le stagioni non mi appartengono, il mare non mi appartiene, il cielo non mi appartiene.  È mia soltanto la casa di mio padre, e anche se cambiassi tornerei a essere quello di prima.

Eppure, qualcosa tra me e questo romanzo non ha funzionato del tutto. Ho trovato delle parti bellissime e tenerissime, ma anche altre davvero faticose, soprattutto nelle descrizioni della natura circostante, così importante per Ray e per Unocchio, ma in cui io confesso di essermi un po’ persa. Sara Baume è una grande osservatrice, che presta attenzione anche al più piccolo dettaglio, e anche una grande conoscitrice della natura: qui si trovano riferimenti a uccelli, piante, fiori sconosciuti ai più, che lei invece riesce a descrivere in modo magistrale, oltre che dettagliato. Forse fin troppo, almeno per quanto mi riguarda (forse perché, pur essendo io cresciuta in campagna, in mezzo a campi, prati, colline, alberi e fiori, non ho mai prestato attenzione ai nomi delle cose, mi sono limitata a osservarle).

In ogni caso, se si ha un cane o lo si ha avuto in passato, ma anche solo se si amano senza mai averne avuto uno,  fiore frutto foglia fango farà commuovere fin dalla prima pagina, fin da quella corsa disperata di Unocchio per salvarsi la vita e dal momento in cui Ray se lo carica in auto. 
Ed è sicuramente un libro molto poetico, che, tra il nome di una pianta e l'altro e una descrizione e l'altra, riesce a raccontare al meglio quale straordinario rapporto si possa creare tra un cane e chi decide di adottarlo, ma soprattutto tra due esseri solitari che decidono di unire le loro solitudine.


Titolo: fiore frutto foglia fango
Autore: Sara Baume
Traduttore: Ada Arduini
Pagine: 236
Anno di pubblicazione: 2018
Editore: NN editore
Prezzo di copertina: 18,00 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Fiore frutto foglia fango
formato ebook: fiore frutto foglia fango

giovedì 15 marzo 2018

UNA VITA DA LIBRAIO - Shaun Bythell

George Orwell non aveva nessuna voglia di fare il librario, e devo dire che lo capisco benissimo. Lo stereotipo del libraio insofferente, intollerante e misantropo [...] trova spesso conferma nella realtà. Ci sono le immancabili eccezioni, ovvio, e molti colleghi di mia conoscenza non sono affatto così: io sì, purtroppo. Ma un tempo ero diverso, e prima di comprare la libreria ero un tipo abbastanza disponibile e amichevole. Se oggi sono quel che sono, è colpa del quotidiano bombardamento di domande idiote, dell'incertezza finanziaria, delle eterne discussioni con il personale, dell'infinito, sfiancante mercanteggiare dei clienti. Eppure, se qualcuno mi chiedesse cosa vorrei cambiare, la risposta sarebbe: Niente.

Mi sono innamorata di Una vita da libraio di Shaun Bythell diversi mesi prima che uscisse, quando Einaudi ha mostrato per la prima volta la copertina, opera magnifica di Jon McNaught. Non sapevo di cosa parlasse il libro (anche se, in effetti, era facilmente immaginabile), né chi fosse Shaun Bythell all’epoca. E no, non conoscevo The Book Shop, la libreria di libri usati di cui Shaun è proprietario in un piccolo paesino della Scozia, Wigtown. Quando ho avuto finalmente il libro tra le mani, e in meno di mezz’ora mi sono ritrovata a pagina cinquanta, l’innamoramento è stato definitivo.

Una vita da libraio, tradotto in italiano da Carla Palmieri, è il diario di un libraio e della sua libreria. Qui, Shaun Bythell racconta l’attività della sua The Book Shop: i clienti che lo visitano, i libri che cercano di vendergli e quelli che va lui a esaminare a casa di personaggi più o meno eccentrici, il rapporto con il territorio (Wigtown è conosciuta come “La città del libro” perché, pur essendo un paesino di circa mille abitanti, conta moltissime librerie, e ogni anno nel mese di settembre si svolge un importante festival letterario) e quello con i suoi dipendenti, passando anche per quello con la rete, internet e sì, persino con amazon (in quanto proprietario di una libreria di libri usati, Shaun Bythell sa di non poter fare a meno di internet, sebbene sia amazon sia AbeBooks non rendano così facile la collaborazione).

Il risultato un racconto ironico e, a tratti, un po’ disarmante di due anni di vita di una libreria dell’usato, con tutti i suoi alti e i suoi bassi.  Shaun Bythell apre ogni capitolo con una citazione tratta da Racconti di libreria di George Orwell, un saggio in cui l’autore inglese racconta la sua breve esperienza di libraio: parole spesso ironiche e non sempre lusinghiere, che il proprietario di The Book Shoop fa sue e rielabora, riadattandole ai tempi e alla vita all’interno della sua libreria.

La bellezza di Una vita da libraio, oltre che nello stile che mi ha fatto spesso sorridere per la sua autoironia anche nei momenti in cui più che da ridere ci sarebbe stato da piangere, sta nella capacità di non edulcorare le difficoltà di un lavoro tanto idealizzato quanto, spesso, bistrattato, e di essere onesto fino in fondo. Shaun Bhytell ama il suo lavoro, ama i libri e stare in mezzo a loro, così come ama trovare perle rare in scatoloni di cose vecchie e inutili (e magari fermasi a pescare mentre ritorna a casa); ma al tempo stesso ha i conti da pagare, il tetto e altre parti della libreria spesso da aggiustare, e deve affrontare e sopravvivere quotidianamente alla sua singolare dipendente Nicky e, soprattutto, ai suoi clienti, esseri a volte gentilissimi, altre davvero odiosi e sempre pronti a questionare su prezzi e sconti (quando non telefonano per richiedere un titolo e poi comprarlo su amazon).
Le persone davvero interessate ai libri sono rare, ma coloro che pensano di esserlo sono molto più numerosi. Riconoscerli è facilissimo: entrano in libreria e la prima cosa che fanno è presentarsi come «appassionati di libri», poi non fanno che ripeterti che «amano i libri». Sulle magliette che indossano o sulle loro borse ci sono slogan che spiegano con precisione fino a che punto pensano di adorare i libri, ma il modo più sicuro per identificarli è che mai, nemmeno una volta, ne comprano uno.
Alla fine di Una vita da libraio avrete voglia di partire e di andare in Wigtown al The Book Shop. Per vedere dal vivo questa enorme libreria, a cui si accede attraversando due colonne di libri di pietra, per poi ritrovarsi all’interno di cunicoli e stanzette stracolme di volumi di qualsiasi genere, per poi fermarsi di fronte a un kindle impallinato. Se partire non vi è possibile, potete sempre iniziare a seguire The Book Shop e Shaun Bythell sui social (e magari iscriversi al suo Random Book Club, se spedisce anche in Italia), per non perdere quell’ironia e quella magia che è riuscito a creare nelle pagine di questo libro, semplicemente raccontando la sua vita.

© Oliver Dixon  (source: http://bit.ly/2pfkJm0)

Titolo: Una vita da libraio
Autore: Shaun Bythell
Traduttore: Carla Palmieri
Pagine: 378
Anno di pubblicazione: 2018
Editore: Einaudi
Prezzo di copertina: 19,00 €
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Una vita da libraio
formato ebook: Una vita da libraio (Einaudi. Stile libero extra)