venerdì 16 febbraio 2018

PATRIA - Fernando Aramburu

«E se avevi tutte queste preoccupazioni, perché non sei venuto prima?»
«Perché sapevo dov'eri e dove hai passato le ultime notti. Lo sa tutto il paese.»
«Cosa sanno di me?»
«Sanno che scendi dall'autobus alla fermata della zona industriale e che poi vai a casa cercando di non incrociare nessuno. Me l'ha raccontato in ospedale qualcuno che ti ha visto. Per questo non mi sono allarmato. E può darsi che Nerea abbia fatto diversi tentativi di parlare con te. Non ti chiederò che intenzioni hai. È il tuo paese, la tua casa. Ma in caso tu voglia far rivivere storie del passato, ti sarei grato se mi tenessi al corrente.»
«Sono cose mie.»
Xabier ripose i suoi strumenti e il campione di sangue nella valigetta.
«Io faccio parte di questa storia.»


La prima parola che mi viene in mente per descrivere Patria, l’ultimo romanzo di Fernando Aramburu pubblicato in Italia da Guanda con la traduzione di Bruno Arpaia, è: monumentale. Poi, pensandoci, mi rendo conto che non sarebbe la parola più giusta perché, insieme alla mole abbastanza consistente del libro, potrebbe in qualche modo spaventare i lettori, rischiando di tenerli lontani.
La seconda parola sarebbe "bellissimo", perché effettivamente lo è, ma anche in questo caso sarebbe un po’ riduttivo per descrivere appieno tutte le sensazioni che la lettura di questo libro mi ha suscitato. 
Mi ci sono avvicinata con curiosità, un po’ di tempo dopo la sua uscita, dopo averne sentito parlare sempre e solo con toni entusiastici. Non ho sentito nessun “è un’opera commerciale”, un “piace a tutti solo perché”… insomma, tutte quelle frasi che di solito arrivano di pari passo con quei libri che in molti considerano belli e che quindi bisogna per forza criticare. Patria di Aramburu è piaciuto a tutti quello che lo hanno letto. E non fatico minimamente a capirne il perché.

Il romanzo parla dell’ETA, l’ex organizzazione armata basco- nazionalista separatista dei Paesi Baschi che, dal 1959, anno in cui è stata creata, fino al 2011 lottava per l’indipendenza basca del resto della Spagna attraverso la lotta armata e gli attentati. E lo fa raccontando la storia di due famiglie, il cui destino è stato intrecciato per tutta la loro vita. Da una parte c’è la famiglia di Joxian, sposato con Miren e padre di due figli maschi e una femmina. Dall’altro c’è lo Txato, con sua moglie Bittori e due figli, un maschio e una femmina. Sono molto amici Joxian e Txato: sono cresciuti insieme in un piccolo paesino alle porte di San Sebastián, vanno insieme in bicicletta tutte le domeniche e da sempre si aiutano come possono. Altrettanto amiche sono Miren e Bittori, nonostante le loro differenze caratteriali che riescono ad appianare. 
Bittori era più da fette di pane tostato con la marmellata e decaffeinato da bar; Miren da cioccolata con churros. Ma quanto fanno ingrassare! Non le importava. Andavano d'accordo? Moltissimo, erano intime. Un sabato andavano tutte e due in un caffè dell'Avenida, quello dopo in una churrería della Città Vecchia. Sempre a San Sebastián. Dicevano San Sebastián, in castigliano, oppure Donostia, in basco. Non erano rigide. San Sebastián? Allora San Sebastián. Donostia? Allora Donostia. Iniziavano a chiacchierare in euskera, passavano al castigliano, di nuovo all'euskera e così per tutto il pomeriggio.
E ovviamente crescono insieme anche i figli, compagni di giochi e di avventure, nonostante le età differenti, come sempre succede quando si è ragazzi.
All’improvviso però qualcosa tra di loro cambia. Per le vie del paese iniziano a comparire scritte minacciose nei confronti del Txato, reo di essersi rifiutato di pagare, o di aver pagato troppo poco, i soldi richiestigli dall’ETA. In quel momento, tutto il paese si allontana dalla famiglia del Txato, perché tutti sanno che non bisogna rimanere vicini a chi è vittima delle minacce dell’ETA per non rischiare. Anche il legame tra il Txato e Joxian si allenta, con un po’ di delusione e di dispiacere da parte di entrambi. Ma Joxian purtroppo non può farne a meno, combattuto tra l’affetto per il suo migliore amico e la sua famiglia, forse molto più coinvolta di quanto non sembri all’apparenza.

Poi succede quello che tutti pensavano sarebbe successo, ma nessuno si aspettava veramente. E Bittori decide di non andare avanti, di non superare la cosa, di non avere pace finché qualcuno non si scuserà con lei.

Oltre che nella storia, la bellezza di Patria sta nel modo in cui il tutto viene raccontato: Aramburu salta continuamente tra passato e presente, da un personaggio all’altro, raccontando quello che ha vissuto all’epoca, come ha reagito a quanto successo (chi non ha avuto il coraggio di tornare, chi non ha quello di andarsene) e quello che sta vivendo ora. Incastri perfetti tra una storia e l’altra, susseguirsi di eventi e di emozioni che, in un modo o nell’altro, ritornano sempre a quell’evento terribile che ha segnato la vita di tutti. Il risultato è un romanzo intenso, che coinvolge il lettore fin dalla prima pagina e non gli permette di andarsene finché non è arrivato alla fine. Durante la lettura, si pensa al libro sempre, anche quando non lo si sta leggendo. Ci si arrabbia, si affibbiano colpe e si arriva quasi a odiare certi personaggi, anche se poi nella pagina dopo magari un po’ li si capisce anche, così come si prova tenerezza e dolcezza per dei piccoli gesti: un geranio sul balcone, un pugno alzato e un sorriso stentato, un braccialetto, un abbraccio.

Anche io ho motivi in abbondanza per essere a pezzi. Però, guarda, a Londra, la sera stessa in cui mi sono accordata con Quique per vivere separati per un periodo, ho fatto un giro sulla riva del fiume. Mi sono detta: che faccio? Mi butto in acqua e ciao, o cerco una via d'uscita dal labirinto in cui mi trovo da molto, troppo tempo? E ho visto la corrente torbida, e i riflessi della città nell'acqua, e poi ho visto la gente, e ho sentito della musica da qualche posto lì vicino, avevo il vento sulla faccia e ho concluso: che cazzo, Nerea, solleva quella faccia, non rassegnarti, vivi, sì, vivi, ragazza, anche se sei a pezzi, muoviti, combatti, cerca.

Fernando Aramburu in Patria ha raccontato una parte della storia della Spagna che nei libri, almeno qui in Italia, non compare così spesso. Forse perché le azioni dell’ETA sono ancora così vivide nella memoria di chi le ha vissute, o forse perché le dinamiche sono troppo complesse per riuscirne a parlare. Questo libro lo fa magistralmente, fornendo il ritratto di un paese, di una comunità, ma soprattutto di vite umane che, da una parte e dall’altra, devono trovare un modo fare i conti con quanto successo e per andare avanti, o potersi finalmente lasciar andare.

Titolo: Patria
Autore: Fernando Aramburu
Traduttore: Bruno Arpaia
Pagine: 632
Anno di pubblicazione: 2017
Editore: Guanda
Prezzo di copertina: 19,00 €
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formato cartaceo:Patria
formato ebook: Patria

lunedì 12 febbraio 2018

LIZ CLIMO E IL SUO PICCOLO MONDO DI ANIMALETTI BUFFI

Un giorno l’anno scorso, mentre giravo in rete in cerca di illustrazioni buffe e originali da condividere, sono incappata per la prima volta nei disegni dell’illustratrice americana Liz Climo. Non ricordo esattamente quali parole magiche io abbia usato per far sì che Google mi portasse da lei, ma sono davvero felice che sia successo. Perché da quella prima tavola, mi si è aperto un vero e proprio mondo.

La prima tavola di Liz Climo che ho visto è stata questa

Un mondo piccolo, come recita il titolo di una delle sue raccolte di tavole, da poco pubblicata anche in Italia. Piccolo perché i suoi protagonisti sono tutti animali che, in ogni tavola, si ritrovano ad affrontare i piccoli e grandi problemi della vita, dall’amicizia, all’amore, alla famiglia, ma anche cose molto più pratiche, risolvendole a modo loro. Ma sempre con ironia, sarcasmo e tanta, tanta dolcezza, che arriva dritta al cuore.

Ovviamente a quella prima tavola ne sono seguite poi molte altre. Ogni tanto, in occasione di festività, ma anche semplicemente quando avevo voglia di vedere qualcosa di dolce e buffo che mi tirasse un po’ su di morale, andavo su internet a cercare qualche altro suo disegno. 
E così ho conosciuto il dinosauro Rory e il suo papà, elefanti distratti, orche che si travestono da panda, maialini giù di morale che vengono tirati su da camaleonti, serpenti fisicamente impossibilitati a fare pacchi regalo ma sempre disponibili a offrire una spalla su cui piangere e sfogarsi, dinosauri che soffrono di vertigini, tacchini intelligenti e orsi appassionati di biscotti e desiderosi di creare un mondo migliore.



Il tratto di Liz Climo è molto semplice, eppure molto efficace. Lo è per le semplici storie che racconta, in cui appunto l’amicizia di solito svolge un ruolo fondamentale (e molto spesso salvavita) ma anche per la bellezza dei disegni, che quasi sempre arrivano dritti al punto anche senza bisogno di parole.

In italiano per il momento sono state da pubblicate da Mondadori alcune raccolte dedicate al dinosauro Rory e il suo papà, e poi da Becco Giallo Il piccolo mondo di Liz Climo, con la traduzione di S.A. Cresti. Non ho visto come diventino queste strisce in italiano, perché le ho sempre lette in lingua originale. Sicuramente il traduttore deve aver fatto un lavoro di adattamento enorme perché, nella loro estrema semplicità, questi fumetti si basano spesso su giochi di parole e riferimenti quasi impossibili da mantenere in italiano. Però sono sicura che comunque meritino anche in traduzione.
In lingua originale, invece, esistono diverse raccolte. A Natale ne ho ricevute due: The little world of Liz Climo, appunto, e poi Lobster is the best medicine.



Il secondo, come recita il sottotitolo, è interamente legato al tema dell’amicizia e a quello che ogni giorno si fa e si è disposti a fare per le persone a cui vogliamo bene. Sono amicizie atipiche, tra animali che spesso nel mondo reale probabilmente si mangerebbero tra loro, ma che Liz Climo riesce a unire con un legame speciale, che spesso gioca anche su queste differenze, insegnando a rispettarsi e a volersi sempre e comunque bene.  Un messaggio semplicissimo, che spesso purtroppo dimentichiamo, ma che questi animali riescono invece a trasmettere con tutto il loro candore, facendoti sorridere e commuovere. (Io ho regalato una copia di questo libricino alla mia testimone di nozze e all’amica che ci ha fatto da fotografa al matrimonio, perché, in qualche modo, ci riconoscevo lì dentro).
Insomma, se avete bisogno di tirarvi un po’ su di morale molto velocemente, se volete sorridere e ridere e prendervi una boccata d’ossigeno dalle brutture del mondo, e, ovviamente, se amate gli animali buffi, le tavole di Liz Climo fanno sicuramente per voi. Una volta vista la prima, non ne potrete davvero più fare a meno.



Per farvi un'idea un po' più approfondita, potete seguire Liz Climo su Facebook: trovere molte delle sue tavole e del suo mondo di animaletti buffi.

martedì 6 febbraio 2018

UN RAGAZZO D'ORO - Eli Gottlieb

Volevo essere su quel treno. Ho sentito arrivare sulla faccia il mio sorriso speciale. Andava sempre più veloce. Sentivi il futuro che gradualmente premeva per entrare nel tuo corpo mentre il treno continuava ad accelerare lasciandosi alle spalle il tempo in cui tutto restava uguale. Volevo che il treno abbandonasse i binari e si lanciasse in quel futuro. Volevo che sconfiggesse la gravità e gradualmente diventasse senza peso mentre volava dritto verso il sole. Ho stretto fortissimo i pugni e ho piegato la testa sulle ginocchia. Magari sarebbe successo proprio stavolta. Magari potevo andare via e non tornare mai più.



Un ragazzo d’oro di Eli Gottlieb, uscito a gennaio per minimum fax con la traduzione di Assunta Martinese, è uno di quei libri di cui, per parlarvene al meglio e farvi capire quanto io lo abbia amato, sarebbe sufficiente riportare un paio delle tante belle citazioni che ho segnato durante la lettura. Frasi e pensieri apparentemente semplici, come si pensa lo siano quelli delle persone con un grave deficit cognitivo congenito come quello di Todd Aaron, il protagonista del romanzo.
Ha undici anni quando sua madre lo porta in una comunità di cura per bambini autistici. È una giornata di pioggia, lui ha paura ma al tempo stesso si fida di sua madre, sa che non gli farebbe mai del male e sa che presto ritornerà a casa.
La pioggia che cadde quel giorno adesso ha quarantun anni ma ogni volta che piove è come se un po' di quella pioggia stesse ancora cadendo, cade ancora.
Sono passati più di quarant'anni e Todd a casa non è mai tornato. I genitori sono morti, il fratello vive ancora dove vivevano da ragazzini, dall'altra parte del paese rispetto al Payton LivingCenter dove ora lui vive e, in qualche modo, si è fatto una sua vita. Legge l’enciclopedia britannica, ascolta la musica nelle cuffie, partecipa alla vita della comunità, svolge con attenzione tutti i lavoretti che gli vengono assegnati e tutte le mattine prende le pillole che nel corso degli anni gli sono state prescritte per aiutarlo ad affrontare le sue crisi, i suoi volt improvvisi. Todd a suo modo è felice e sereno, anche se il ricordo di sua madre è sempre presente in lui, così come la voglia di tornare a casa. Anche di suo padre si ricorda, e di tutte le botte e le violenze che gli ha inferto, incapace di accettare la sua diversità. Della sua famiglia è rimasto solo il fratello, che ogni tanto gli telefona, gli rinfaccia gli enormi sacrifici che sta facendo per lui e gli dice sempre che no, a casa non può tornare. Lui sembra essersi dimenticato di quello che faceva passare a Todd da bambino, forse convinto che Todd stesso non se ne ricordi.
L’equilibrio di Todd al Payton si spezza quando, quasi contemporaneamente, arrivano due nuove persone. Il primo è Mike Hilton, un nuovo operatore, che fin dalla prima volta che lo vede, lo terrorizza perché gli ricorda suo padre. La direzione del centro crede che sia fondamentale per i due andare d’accordo e quindi li mette a lavorare insieme. La seconda è Martine, una ragazza “ad alto funzionamento”, già cacciata da diversi istituti per la sua insubordinazione, verso cui Todd prova una forte attrazione, al punto da lasciarsi convincere a smettere di essere quel ragazzo d’oro che fin da bambino sua madre gli ha detto di essere.
Nel 1177 Lancillotto pensava che su Ginevra splendesse sempre il sole. Pensava che lei fosse pura come la neve. Pensava che fosse una persona perfetta. Pensava che forse non era mai esistito nessuno più perfetto di lei in tutta la storia del mondo.
Lancillotto ne era davvero convinto.
Quello era amore.
Un ragazzo d’oro è un libro sorprendente. Dolcissimo e terribile al tempo stesso, con un protagonista semplicemente indimenticabile. Ho amato Todd fin dalla prima pagina, per la sua tenerezza e la sua ingenuità, per la sua visione del mondo semplice eppure molto più profonda di quello che all'apparenza potrebbe sembrare, per i suoi ricordi, per la sua voglia di tornare a casa e per il suo amore per sua madre, mai messo in dubbio, nemmeno dopo quarant'anni e dopo un apparente abbandono.
Le cose finiscono, bimbo mio. Finiscono le persone e finiscono le case e finiscono le famiglie e finisce tutto tranne una cosa, che è l'amore. L'amore tra le persone e specialmente quello tra una madre e i suoi figli non finisce, non finisce mai. Mi hai capito? L'amore non finisce. Scorre come un fiume attraverso il mondo. Chiudi gli occhi e sentirai montare la piena.
Eli Gottlieb narra dell’autismo in prima persona, mettendone in evidenza ogni aspetto, senza edulcorazioni né pietismi, e raccontando le realtà di queste comunità, con tutte le difficoltà e il duro lavoro di chi questi luoghi li gestisce per dare un equilibrio a chi ci vive. Ma parla anche dei pericoli, delle cattiverie di chi pensa che, avendo queste persone dei problemi neurologici, sia possibile manipolare e usare a proprio piacimento, incuranti del dolore che si possa provocare.

Fin da quando ho letto per la prima volta la trama di questo romanzo sapevo che mi sarebbe piaciuto. Ma non immaginavo così tanto. Mi sono ritrovata a fare il tifo per Todd e per la sua serenità. A sperare che riuscisse davvero a tornare a casa, ma soprattutto che non gli succedesse mai più niente di male, che potesse essere sereno e felice tra le pagine della sua Enciclopedia Brittanica, in mezzo agli altri abitanti del centro e, soprattutto, ai suoi ricordi belli. Nonostante tutto.


Titolo: Un ragazzo d'oro
Autore: Eli Gottlieb
Traduttore: Assunta Martinese
Pagine: 274
Anno di pubblicazione: 2018
Editore: minimum fax
Prezzo di copertina: 17,50 €
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formato cartaceo:Un ragazzo d'oro
formato ebook: Un ragazzo d'oro

venerdì 2 febbraio 2018

LA FATTORIA DEI GELSOMINI - Elizabeth Von Arnim

Seduto a braccia conserte sul muretto guardava l'acqua che scorreva silenziosa dandosi dello stupido; sì, perché non c'era uomo più stupido di lui, che insisteva ad amare senza essere ricambiato.

La fattoria dei gelsomini è il primo romanzo che leggo di Elizabeth von Arnim, un’autrice britannica nata in Australia che ha avuto una vita molto movimentata.  La conoscevo già di nome (anche se non sapevo che in realtà il suo fosse uno pseudonimo per Mary Annette Beauchamp), grazie al lavoro di ripubblicazione delle sue opere da poco iniziato da Fazi editore. I suoi romanzi erano già usciti in Italia qualche tempo fa per Bollati Boringhieri, ma non mi erano mai capitati sottomano. 
Fazi editore li sta a poco a poco riproponendo tutti, con una bellissima veste grafica e con una nuova traduzione a opera di Sabina Terziani.

Il romanzo inizia con la descrizione di un lungo, lunghissimo pranzo nella residenza di campagna di Lady Daisy e la figlia Terry. Lunghissimo perché fa caldo, perché Lady Daisy, di solito così partecipe, sembra quasi disinteressata e, soprattutto, perché è la quarta volta di fila che viene servito un dolce a base di uva spina. Sebbene gli inviti della donna siano sempre tenuti molto in considerazione e siano un vero motivo di vanto, la situazione sembra stare sfuggendo un po’ di mano a tutti gli ospiti: il reverendo sbotta; la giovane Rosie, invitata lì per la prima volta insieme al marito Andrew, si sente male; mentre Mr Tophman e lo stesso Andrew, decidono di rifugiarsi in una lunga partita a scacchi per isolarsi dal mondo. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che quella partita avrebbe cambiato le sorti di tutti. Da un commento ambiguo rivolto da Terry a Andrew viene fuori uno scandalo, che getta Lady Daisy nello sconforto più totale. Ad alimentarlo è Mrs De Lacy, Mumsie per gli amici, ovvero la madre di Rosie pronta a tutto per vendicare l’onore apparentemente offeso della figlia.

La fattoria dei gelsomini è un romanzo molto inglese, sia nell'ambientazione (le campagne londinesi e la stessa Londra aristocratica, ma anche nella contrapposizione con la Provenza dove Lady Daisy si rifugia) sia soprattutto nello stile dell’autrice. È tutto molto pacato, tranquillo e invaso da un’ironia molto sottile, eppure allo stesso tempo molto potente. Elizabeth von Arnim mette alla berlina la società inglese, che è evidente conoscesse molto bene, raccontandone i controsensi e le assurdità. La scena iniziale del pranzo, per esempio, è una scena quasi apocalittica che, oltre a far passare la voglia di mangiare uva spina, descrive perfettamente tutte le ipocrisie di questi incontri. Così come l’enorme scandalo che suscita in Lady Daisy l’apparente tradimento della figlia, per lei un po’ troppo ingenua e un po’ troppo innamorata, per capire come ci si debba comportare davvero con un uomo.
La vera forza sono ovviamente i personaggi. Soprattutto Mumsie, questa donna esuberante e a volte un po’ inappropriata, disposta a tutto per il bene della figlia (e di se stessa), ma al tempo davvero incapace di fare del male agli altri e con una visione del mondo molto genuina, nonostante tutto.
Ridere è una cosa bella e non si dovrebbe mai ridere con l'intento di offendere.
Il romanzo mi è piaciuto, ma ho come l’impressione che se lo avessi letto in un’altra stagione (e magari all’aria aperta, proprio circondata dal profumo di gelsomini e di natura che rinasce) lo avrei apprezzato ancora di più, soprattutto nella prima parte, quella un po' più lenta (volutamente, direi, per rendere ancor più realistica l'esasperazione di quel benedetto fine settimana in campagna). Ciò non toglie, comunque, che La fattoria dei gelsomini sia un bel libro, in grado di far sentire il lettore insieme ai suoi protagonisti e, soprattutto, di farlo sorridere, offrendo un ritratto sincero, tagliente  e a tratti esilarante della società dell’epoca.


TITOLO: La fattoria dei gelsomini
AUTORE: Elizabeth Von Arnim
TRADUTTORE: Sabina Terziani
PAGINE: 352
ANNO: 2018
EDITORE: Fazi editore
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: La fattoria dei gelsomini
formato ebook: La Fattoria dei Gelsomini

venerdì 26 gennaio 2018

A MISURA D'UOMO - Roberto Camurri

È in tuta e non vorrebbe esserlo, mentre lo guarda farsi vicino vorrebbe essere pettinata e vestita diversamente, vorrebbe essersi truccata, vorrebbe che lui la vedesse bella, vorrebbe, pensa, che lui la baciasse, vorrebbe che lui trovasse il coraggio di prenderle il viso tra le mani e vorrebbe sentire il calore del suo fiato sulle guance e sulle labbra che adesso sono arrossate mentre Valerio le sta porgendo le margherite e, finalmente, piange.


Mi piacciono molto i romanzi fatti di racconti. Quei romanzi di cui puoi leggere anche un capitolo singolo e trovarci un senso compiuto, a cui poi segue un altro capitolo singolo con altrettanto senso, e poi un altro, e un altro ancora, legati tra loro da fili conduttori più o meno sottili, che dipingono una storia più grande. Può essere una tematica, può essere l'ambientazione, un sentimento comune che unisce tutti i protagonisti o ancora un personaggio. Oppure tutte queste cose insieme, come succede in A misura d’uomo, il romanzo d'esordio di Roberto Camurri, uscito il 25 gennaio per NN editore.

Qui ci sono diversi personaggi che si rincorrono da un racconto all'altro, da un capitolo all'altro; tutti hanno una loro storia a sé, che però in qualche modo è sempre legata a quella di qualcun altro. Forse per via di Fabbrico, il paese di poco più di seimila anime nella bassa emiliana, in cui la storia è ambientata. Forse perché tutti hanno a che fare con un'assenza, talmente forte e sentita da diventare quasi una presenza.

A misura d’uomo racconta la storia di Davide, Valerio e Anela. È una storia d’amicizia, la loro. Ma anche una storia d’amore, di crescita e di delusioni, di gite al mare, di serate a mangiare salame e bere lambrusco seduti attorno a un tavolo, di sofferenze, di sensi di colpa e di ricordi che, nonostante il passare del tempo, non sbiadiscono mai.
Attorno a loro tre, ci sono anche Mario e di Elena, che riescono a stare insieme, nonostante le difficoltà, nonostante tutto; Maddalena, che si ritrova suo malgrado cambiata da quello che la vita le ha messo davanti ma forse le va bene così; della Bice, che nonostante l’età continua ad aprire tutte le mattine il suo bar al centro del paese, e di Giuseppe, che nonostante l’età tutte le mattina ci va; di Luigi e di Barbara; di un marito e di una moglie e di un sogno d’amore che si è trasformato in un incubo, reso apparentemente sopportabile solo da un cane di nome di Salvo.
"Disse che avrebbe voluto sposarsi il giorno del suo compleanno, lui rispose di sì.
Erano giovani, era il ventotto luglio, faceva caldo, erano belli."
Racconta la storia di Fabbrico, insomma, un paese con le sue tradizioni e le sue contraddizioni, in cui il tempo, gli anni e le stagioni passano ma sembrano allo stesso modo sempre uguali. Un paese pieno di voci e di vite, quelle di chi ci ha vissuto e ora non c’è più, e di chi invece c’è ancora e va avanti, più o meno felice.

Trovo davvero difficile riuscire a spiegarvi perché A misura d’uomo mi sia piaciuto così tanto. O meglio, alcune cose riesco a dirvele senza problemi: lo stile incredibile dell’autore, un po’ destabilizzante nelle prime pagine, ma che a poco a poco diventa parte del romanzo stesso, fino a che non ci si rende conto che questa storia non poteva che essere scritta così. I personaggi che lo popolano, anche: il rapporto d’amicizia tra Davide e Valerio; la figura di Anela, uno scoglio, una roccia, decisa a continuare ad amare nonostante tutto; ma anche quella di Mario, di Luigi, delle amicizie che non finiscono mai.

Ma io ci ho trovato anche qualcosa di più. Con questo libro è nata un'empatia ancor più forte di quella che si crea quando si  legge un racconto scritto in un modo che ci piace. Una sensazione che ho provato dal primo racconto, fin dal primo messaggio che Anela manda a Davide, in cui scrive semplicemente “Portami al mare”. O dalla frase scritta sulla cartella di Ludovica, dal sole che si riflette su una focaccia unta, dal salame, il lambrusco e la sambuca, dai giri in bicicletta o su una vecchia Volvo sgangherata. Da un peluche che può far capire che sì, ancora ne vale la pena. 
Ho adorato questa attenzione per i dettagli, per i gesti all'apparenza insignificanti e magari anche un po’ scemi, ma che fanno parte della vita di ogni giorno, creando ricordi, rituali, che la rendono reale.

In A misura d’uomo, Roberto Camurri riesce a raccontare bene la vita di paese, l’angoscia che ti dà una pianura infinita (cit.) ma anche la libertà che ti trasmette, i legami che si creano quando si è ragazzini e che poi durano per sempre, anche se magari poi non ci si vede più. 


Titolo: A misura d'uomo
Autore: Roberto Camurri
Pagine: 176
Editore: NN Editore
Anno: 2018
Prezzo di copertina: 16,00€
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formato cartaceo: A misura d'uomo
formato ebook: A misura d'uomo

martedì 23 gennaio 2018

LE ASSAGGIATRICI - Rosella Postorino

Quando il tempo opaco e smisurato della nostra digestione fece rientrare l'allarme, le guardie svegliarono Leni e ci misero in fila verso il pulmino che ci avrebbe riportate a casa. Il mio stomaco non ribolliva più: si era lasciato occupare. Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.


Ogni anno, nel mese di gennaio, vengono pubblicati moltissimi romanzi che parlano dell’olocausto, della Shoah e, in più in generale, dell’epoca nazista. È un modo per celebrare la Giornata della memoria, che cade il 27 gennaio, e la necessità di non dimenticare il periodo più buio, tragico e terribile della storia mondiale. Ovviamente, come sempre succede quando si abbinano i libri alle ricorrenze, la cosa sfugge un po’ di mano e ci si ritrova quasi sommersi da titoli, che spesso quasi si scimmiottano a vicenda, e, soprattutto destinati a essere dimenticati non appena finito il periodo del ricordo. 

Sono pochi, i libri su questo tema che rimangono nel tempo. E credo di poter affermare con una certa sicurezza che Le assaggiatrici di Rosella Postorino, da poco pubblicato da Feltrinelli, sarà uno di questi.
Intanto perché parla sì di Hitler, di nazismo, Seconda guerra mondiale e persone partite e mai più tornate, ma lo fa da un punto di vista un po’ diverso, quello di una donna tedesca. E poi, indubbiamente, per lo stile dell’autrice.

Partendo dalla storia di Margot Wölk, una donna tedesca che poco prima di morire ha rivelato di aver fatto da giovane l’assaggiatrice di Hitler, Rosella Postorino racconta la storia di Rosa e delle altre donne che, durante la guerra, avevano il compito di assaggiare il cibo prima che venisse servito al Führer, così da accertarsi in tempo che non fosse avvelenato. È l’autunno del ’43, la guerra sta iniziando a prendere una piega inaspettata per la Germania, e Rosa è costretta a lasciare Berlino, dopo che sua madre è morta durante un bombardamento e suo marito è partito per andare a combattere. Si rifugia dai suoceri, a Gross- Partsch, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale dove Hitler si nasconde, ad aspettare che la guerra finisca e il marito ritorni. Lei e altre nove donne del paese vengono scelte per questo compito: da un lato hanno la sicurezza di avere cibo in abbondanza ogni giorno, dall’altro il pericolo che ogni pasto sia il loro ultimo pasto. Alcune svolgono questo compito con entusiasmo, onorate di avere un ruolo così fondamentale per la loro patria e la loro guida, altre invece lo fanno perché sanno di non avere altra scelta. A poco a poco Rosa stringe inevitabilmente dei legami con alcune di esse: legami dettati dalla paura, dalla fragilità, ma anche dal desiderio di ribellarsi, di non arrendersi all’ingiustizia che stanno vivendo. Loro sono tedesche, è vero. Loro hanno cibo ogni giorno, è vero. Ma hanno anche delle SS che le guardano a vista e che, con l’arrivo del tenente Ziegler, instaurano un vero e proprio regime di terrore e poi, se qualcosa va male, le chiudono in una stanza e le lasciano al loro destino, perché il loro destino è proprio quello di morire al posto di qualcun altro.

Le assaggiatrici è davvero un bel libro, che racconta un altro punto di vista del dominio nazista, quello di chi l’ha vissuto in patria ignorando cosa succedesse all’esterno, che ha visto morire genitori, mariti, figli in nome di un’ideale in cui all’inizio quasi tutti credevano, quello del riscatto dell’orgoglio nazionale ferito, ma che poi a poco a poco, quando ormai non era più possibile evitarlo o fermarlo, si è rivelato per quello che era.  Ma soprattutto racconta la storia di un gruppo di donne, i loro pensieri, le loro pulsioni, i loro dubbi e le loro paure, ponendo spesso la domanda di cosa, per un singolo individuo in un determinato momento, sia lecito fare e accettare e cosa invece no per riuscire a sopravvivere.
"Perché hai smesso di cantare?"
"Non lo so."
"Che hai?"
"Questa canzone mi rattrista."
"Puoi cantarne un'altra. Oppure no, se non ti va. Possiamo stare zitti e guardarci al buio: sappiamo farlo."

La forza del romanzo sta proprio qui, nella bravura di Rosella Postorino a raccontare questi sentimenti, queste ambiguità, rimanendo sempre in bilico tra il giusto e lo sbagliato, tra la consapevolezza del male e del dolore che una persona può infliggere in un momento e quella del bene che, invece, può fare in un altro. Ed è stata brava a dare voce a queste donne, ai loro diversi punti di vista, alle loro fragilità, anche ai loro tradimenti, perché fornisce un ritratto molto fedele delle complessità umane dell’epoca.
Quella di Le assaggiatrici è una lettura intensa e non semplice da affrontare, ma che vale sicuramente la pena di fare. 

TITOLO: Le assaggiatrici
AUTORE: Rosella Postorino
PAGINE: 288
EDITORE: Feltrinelli
ANNO: 2018
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formato cartaceo: Le assaggiatrici
formato ebook: Le assaggiatrici

martedì 16 gennaio 2018

PICNIC SUL GHIACCIO - Andrei Kurkov

Il pinguino e Sonja erano seduti dietro, Viktor davanti. Quando l'auto si mise in moto, il pinguino si strinse alla bambina, come se il rumore l'avesse spaventato. Viktor guardò nello specchietto e li vide quasi appiccicati. Diede una leggera gomitata a Sergej perché guardasse anche lui. Questi regolò lo specchietto retrovisore per assistere al buffo idillio sul sedile posteriore. Si scambiarono un'occhiata. Sergej fece un sorriso stanco e pigiò l'acceleratore.

Inutile girarci troppo intorno: probabilmente se non avesse avuto questa copertina meravigliosa, non avrei mai letto Picnic sul ghiaccio di Andrei Kurkov. D’altronde la prima edizione, uscita per Garzanti nel 2003, mi era completamente sfuggita. Il romanzo è stato ora ripubblicato da Keller editore, con la traduzione di Rosa Mauro e  una veste grafica che già da sola vale tutto il libro. 
Pinguini in copertina e, qua e là, anche qualche pinguino all'interno per me sono già degli ottimi motivi per leggere un libro.

Immaginatevi quindi il mio entusiasmo quando ho conosciuto Miša, il pinguino che Viktor, lo scrittore protagonista di Picnic sul ghiaccio, ha preso dallo zoo di Kiev quando ha deciso di dar via tutti i suoi animali per mancanza di fondi. Misa è al momento l’unica compagnia di Viktor, che vive in solitudine in una città in balia di mafia e nuovi ricchi dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Un giorno, però, riceve una proposta che potrebbe segnare una svolta nella sua carriera e nella sua vita: un importante giornale cittadino lo assume per scrivere i coccodrilli delle persone famose, da aver pronti da pubblicare sul giornale una volta morti. Un lavoro ben pagato, che Viktor accetta con un certo entusiasmo e in cui mette molta passione. Finché non si accorge che tutte le persone di cui ha scritto nel giro di poco tempo sono morte in circostanze misteriose. Coincidenze o qualcosa di più grave, in cui si è ritrovato invischiato senza quasi rendersene conto? Nel mentre, oltre a Miša, a cui non dovranno mai mancare forniture di pesce surgelato, si ritroverà a badare anche a Sonja, una bambina lasciatagli in custodia da un uomo misterioso, ma soprattutto dovrà cercare in ogni modo di salvarsi la vita.



Picnic sul ghiaccio è un romanzo thriller abbastanza folle. Una follia divertente, sebbene la storia che racconta prenda spunto dalla vita reale che si è vissuta in Ucraina all’epoca, grazie alla bella caratterizzazione di Viktor e da questo buffo pinguino che spunta nei momenti più impensabili e con i suoi gesti, i suoi sguardi e i suoi tuffi nell’acqua dice molto di più che se avesse la parola, fino ad arrivare a svolgere un ruolo chiave in tutta la vicenda. 
Verso la fine, però, il divertimento un po’ si smorza, forse perché la storia quando raggiunge il suo climax raggiunge di pari passo anche la sua massima assurdità e follia e, a tratti, si fa un po’ più complessa da seguire. In parte credo sia un effetto voluto, perché si viene quasi travolti dalla presa di consapevolezza di Viktor e dalla sua lotta, in certi momenti convulsa, per capire cosa sta succedendo e cercare di uscirne. 

In ogni caso, quella di Picnic sul ghiaccio è stata una lettura divertente e un po' strampalata, con alcuni momenti anche molto dolci (per esempio, proprio i picnic sul ghiaccio del titolo) e, soprattutto, con personaggi indimenticabili.
E ovviamente adesso vorrei avere un pinguino anche io.


TITOLO: Picnic sul ghiaccio
AUTORE: Andrei Kurkov
TRADUTTORE: Rosa Mauro
PAGINE: 280
ANNO: 2017
EDITORE: Keller editore
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formato cartaceo: Picnic sul ghiaccio