venerdì 15 dicembre 2017

SOGNANDO LA LUNA - Michael Chabon

"Anch'io voglio andare sulla Luna" disse la nonna. "Mi porti con lei."
"Ma certo" rispose il nonno. "Un modo lo trovo."

Purtroppo, non ho avuto la fortuna di conoscere i miei nonni. Solo uno, il mio nonno paterno, era ancora vivo quando sono nata, ma è mancato pochi anni dopo. Di lui ho qualche ricordo confuso, qualche immagine: lui che fa la maionese a mano, lui che si toglie la dentiera sul muretto di fronte a casa, lui che monta la panna e poi ci sparge sopra il cacao, lui seduto sulla poltrona con la flebo al braccio negli ultimi mesi di malattia e poi lui la mattina in cui è mancato. So poi qualche cosa che mi è stata raccontata, su di lui e sugli altri tre nonni, ma ne ho sempre sentito un po’ la mancanza. Mi sarebbe piaciuto che mi raccontassero la loro storia (mio nonno materno, per esempio, durante la Seconda guerra mondiale è tornato dalla Russia attaccato a un camion) e la loro vita: come si sono conosciuti, come si sono innamorati, quanto è stato difficile vivere in tempo di guerra e dopoguerra, cose così. Sono rimpianti inutili e senza soluzione, mi rendo conto, però ogni tanto mi capita di pensarci. Così come mi capita di pensare che i miei futuri ipotetici figli non potranno conoscere mio padre e già mi dispiace per loro.

Per questo, libri come Sognando la luna di Michael Chabon, pubblicato da Rizzoli con la traduzione di Matteo Colombo, mi piacciono molto, ma al tempo stesso mi intristiscono anche un po’.

Il romanzo, infatti, è la storia del nonno e della nonna di Chabon, che lo scrittore ha ascoltato direttamente da suo nonno, quando è andato a fargli visita a casa della madre, dove l’uomo si trovava per trascorrere gli ultimi istanti della sua vita. I potenti antidolorifici che il medico gli ha prescritto lo hanno reso molto loquace e si ritrova quindi, in una settimana, a raccontare al nipote tutta la sua vita affinché la scriva.

«E comunque è una gran bella storia» dissi. «Devi ammetterlo.»«Sì?» Appallottolò il kleenex, cancellata la lacrima solitaria.«E allora prenditela. Te la regalo. Quando non ci sarò più scrivi tutto. Spiega. Trova un significato. Usa tante belle metafore come piace a te. Metti tutto in un bell’ordine cronologico, senza mescolarlo a casaccio come faccio io. Parti dalla sera che sono nato. 2 maggio 1915. Quella notte ci fu un’eclissi lunare, lo sai cos’è?»«Quando la Terra proietta la sua ombra sulla Luna.»«Molto significativo. Di sicuro è la metafora perfetta di qualcosa. Comincia da quella.»

Una vita travagliata, quasi picaresca, dai tempi della guerra fino alla conoscenza con sua nonna, ragazza madre che non è mai riuscita a liberarsi dei traumi del suo passato da donna ebrea; ma anche il racconto della vita dopo la morte della moglie nel residence per anziani in cui si è rifugiato, dei suoi mesi in guerra e di quelli trascorsi poi in galera, senza mai dimenticare il suo sogno di una vita di conquistare la luna.

Quello che ne viene fuori è un memoir romanzato, in cui realtà e finzione sono mescolati non si sa esattamente in quale misura, che racconta settant'anni di storia d’America, dalla guerra e i suoi strascichi alle missioni spaziali; ma soprattutto una storia d’amore, che ha resistito e superato grandi avversità.
"Secondo te sono mai stati felici?"
"Assolutamente" risposi.
"Assolutamente?"
"Senza dubbio."
"Lei ha dato di matto. A lui è fallita l'azienda. Figli loro non sono riusciti ad averne. Lui è finito in galera. A lei la terapia ormonale ha fatto venire il cancro. Io ho sparato a suo fratello in un occhio e sposato l'uomo che gli è costato l'azienda. Quand'è che sono stati felici?"
"Tra una cosa e l'altra" dissi.
"Tra una cosa e l'altra"
"Sì."


Sognando la luna è un libro davvero molto bello, che alterna momenti commoventi e drammatici (la storia del passato della nonna e dei fantasmi che l’hanno perseguitata per tutta la vita è qualcosa di davvero duro), ad altri divertenti. E il nonno di Chabon doveva essere un vero fenomeno, che non ha mai abbandonato i suoi sogni, ma al tempo stesso ha saputo metterli da parte quando si è trovato di fronte a cose per lui più importanti, come il bene di sua moglie e sua figlia, ma anche quello di un gatto. 

Non conoscevo Michael Chabon prima di questo romanzo. Sì, lo so, è uno scrittore americano molto conosciuto e molto stimato, che nel 2001 ha vinto il premio Pulitzer con Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay, eppure non aveva ancora incrociato il mio cammino di lettrice. Lo ha fatto ora, con un libro dolce e intenso, drammatico e divertente, e molto, molto commovente, da cui traspare tutto l’amore dell’autore per la scrittura e le parole come mezzo per raccontare storie e vite, ma anche, e soprattutto, quello di un nipote per suo nonno.


TITOLO: Sognando la luna
AUTORE: Michael Chabon
TRADUTTORE: Matteo Colombo
PAGINE: 526
EDITORE: Rizzoli
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formato cartaceo:Sognando la luna
formato ebook: Sognando la luna

martedì 12 dicembre 2017

MUMIN e le follie invernali - Tove Jansson



Ho una passione per le strisce a fumetti vintage. È nata con i Peanuts di Schulz ormai parecchi anni fa, per poi consolidarsi con Mafalda di Quino, ma anche con titoli forse meno conosciuto come la strega Broom Hilda, B.C. e Il Mago Wiz di Johnny Hart, Hi & Lois di Mort Walker, Blondie e Dagoberto di Murat Young e, naturalmente, il mitico Andy Capp di Reg Smythe. 
Non che abbia in casa pile e pile di volumi, questo no, però quando mi capitano sotto mano li leggo sempre con immenso piacere. E provo altrettanto piacere a scoprirne di nuovi.

È un po’ quello che mi è successo con i Mumin, i personaggi nati dalla matita di Tove Jannson, scrittrice, pittrice e vignettista finlandese, che ho scoperto quasi per caso, quando mi è arrivata la newsletter della casa editrice Iperborea che annunciava la pubblicazione del primo volume, Mumin e le follie invernali.

Ho visto la copertina, con questi buffi troll molto simili a ippopotami, e ho subito cercato qualche informazione in più su di loro e sulla loro autrice. 
O almeno, ci ho provato… ma poi mi sono distratta a leggere qualche striscia qua e là e me ne sono innamorata.

Le strisce dei Mumin, di cui Iperborea pubblicherà l’intera serie in una collana dedicata di ben ventun volumi,  sono nate nel 1947 e pubblicate in Italia per la prima volta dalla rivista Linus sul finire degli anni ’60, e raccontano le avventure della omonima famiglia (Papà Mumin, Mamma Mumin e il piccolo Mumin) e di una serie di amici fedeli e di nuovi personaggi che incontrano man mano nella loro vita.



In Mumin e le follie invernali, la famiglia, che, checché ne dica la tradizione, di stare in letargo per l’inverno proprio non ha voglia, si ritrova ad aver a che fare con il signor Brio, un fanatico degli sport sulla neve e della competizione, che decide di mettere tutti alla prova in ogni attività sportiva invernale possibile e immaginabile, nonostante sia evidente che nessuno di loro sia così portato per quel tipo di movimento fisico.
Il piccolo Mumin, poi, non solo dovrà destreggiarsi tra capriole e ruzzoloni, ma dovrà anche tenere sotto controllo la sua fidanzata Grugnina che sembra aver perso la testa per il signor Brio. Ad aiutarlo a risolvere la questione arriveranno il fidato amico Ombra e la buffa foca Edoardo, nonché la saggezza di Mamma e Papà Mumin.

Il fumetto di Tove Jannson è davvero incantevole. È buffo, ironico e a tratti pervaso da una certa poesia che rende questi personaggi indimenticabili. Le loro storie sono semplici, e adatte quindi a un pubblico di bambini sicuramente, ma strizzano l’occhio anche agli adulti, che non possono non coglierne la bellezza, l’umanità e la poesia, ma anche la loro, a volte sadica ma sempre fantastica, ironia.


TITOLO: MUMIN e le follie invernali
AUTORE: Tove Jansson
TRADUTTORE: Sofia Sacchi
PAGINE: 95
EDITORE: Iperborea
PREZZO: 12 €
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo:Mumin e le follie invernali

giovedì 7 dicembre 2017

VESTIVAMO DA SUPERMAN - Bill Bryson

Non so come ci fossero riusciti, ma i responsabili degli anni Cinquanta avevano creato un mondo in cui ti faceva bene quasi tutto.  Gli aperitivi? Più ne bevevi meglio era! Il fumo? Ma certo! A giudicare dalle pubblicità, le sigarette ti facevano sentire addirittura meglio: calmavano i nervi tesi e rinvigorivano la mente stanca. «Proprio quelle che ha prescritto il dottore!» recitavano le pubblicità delle sigarette L&M anche sulle pagine del «Journal of the American Association», dove sarebbero state accettate fino agli anni Sessanta. I raggi X erano così benigni che i negozi di scarpe avevano installato macchine speciali che li usavano per prenderti le misure, spedendo raggi penetranti che ti entravano dalla pianta dei piedi e ti uscivano dalla testa.


“Nel dubbio, Bill Bryson”.
Potrebbe diventare il mio motto di vita, questo. O almeno di vita da lettrice, perché ho scoperto che non c’è nessuno scrittore che riesca a sbloccarmi nei momenti di crisi da “non ho voglia di leggere” come ci riesce lui.
È la seconda volta che mi succede, quest’anno, di non riuscire a trovare il libro giusto. Di aprire e chiudere dopo poche righe un romanzo perché “no, non mi va”, per poi farmi prendere dallo sconforto.  La prima crisi, avvenuta quest’estate, l’avevo superata con Una città o l’altra, libro in cui il buon vecchio Bill racconta dei suoi viaggi in Europa e che mi aveva divertito molto.
Ai primi accenni di seconda crisi, quindi, sapevo già come avrei potuto superarla: facendomi accompagnare da qualche parte da Bill Bryson.

Questa volta è stato un viaggio nel tempo, negli anni della sua infanzia, l’America degli anni ’50. In Vestivamo da superman, tradotto da Stefano Bortolussi e edito da Guanda editore, lo scrittore americano, infatti, ci racconta di come è stato nascere e crescere negli Stati Uniti del boom economico del secondo dopoguerra.

Crescere era facile. Non richiedeva alcun pensiero o sforzo da parte mia. Sarebbe accaduto comunque… Eppure quello è stato di gran lunga il periodo più spaventoso, emozionante, interessante, istruttivo, sbalorditivo, libidinoso, entusiasta, problematico, spensierato, confuso, sereno e snervante della mia vita. E guarda caso, lo è stato anche per l’America.

Nato nel 1951, Bill ha trascorso la sua infanzia e la sua adolescenza a Des Moines, la capitale dello stato dell’Iowa, persa nelle grandi pianure del Midwest. Una città tranquilla, da cui l’autore osserva e vive sulla propria pelle l’evoluzione dell’America, senza mai dimenticarsi, però, di essere un bambino. E quindi racconta degli esperimenti nucleari degli anni ’50, ma anche dei giochi per strada (a volte si veniva cacciati di casa al mattino e non si veniva riammessi fino a sera) con un milione di altri bambini e dell'arrivo della televisione; del fumo e del fatto che niente sembrava facesse male alla salute in quegli anni, ma anche dei dispetti ai negozianti e ai parenti; delle questioni razziali, ancora ben presenti in alcune parti degli Stati Uniti, ma anche di come lui e gli altri bambini  e adolescenti non vedessero alcuna differenza, se non quelle sportive.

Fortunatamente eravamo indistruttibili. Non si vedeva la necessità di cinture di sicurezza, di airbag, di dispositivi antifumo, di acqua in bottiglia o di manovre di Heimlich. I medicinali non dovevano avere chiusure di sicurezza per i bambini. Non avevamo bisogno di casco quando andavamo in moto o di ginocchiere e gomitiere quando pattinavamo. Sapevamo senza che ci fosse bisogno di scriverlo che la candeggina non era una bevanda rinfrescante e che la benzina, se accostata a un fiammifero, tendeva a prendere fuoco. Non dovevamo preoccuparci di quello che mangiavamo perché quasi tutti i cibi ci facevano bene: lo zucchero ci riempiva di energia, la carne rossa ci rendeva forti, il gelato ci dava ossa sane, il caffè ci teneva svegli, ronzanti e produttivi.

Il tutto, ovviamente, sempre con lo stile ironico, scanzonato, ma anche molto intelligente, che caratterizza tutte le opere di Bill Bryson (e di cui qui potete vedere un assaggio a inizio di ogni capitolo, nei buffi ritagli di giornale che l’autore ha scelto di inserire per introdurre l’argomento di cui sta per parlare).

Sprinfield, Illinois (AP) - Ieri il Senato dell'Illinois ha sciolto la Commissione efficienza ed economica «per motivi di efficienza ed economia».
Des Moines Tribune, 6 febbraio 1955

Quello che ne viene fuori è un ritratto fedele dell’America del periodo e di quello che gli anni ’50 e ’60 hanno rappresentato per il sogno americano. Ma è anche il ritratto di un bambino che adora mangiare schifezze e ha paura del dentista, che vorrebbe andare a Disney World e che sogna di riuscire finalmente a vedere una donna nuda.

Vestivamo da superman è un libro che tutti gli amanti degli Stati Uniti e della letteratura americana dovrebbero leggere, perché descrive benissimo il contesto di quegli anni e tutte le sue contraddizioni. Ed è un libro che, se state vivendo un blocco di lettura, dovreste procurarvi e lasciare che Bill, con i suoi superpoteri da Ragazzo Folgore, vi aiuti a superarlo.


TITOLO: Vestivamo da superman
AUTORE: Bill Bryson
TRADUTTORE: Stefano Bortolussi
PAGINE:315
EDITORE: Guanda /TEA
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo:Vestivamo da Superman
formato ebook: Vestivamo da superman

venerdì 1 dicembre 2017

COSTELLAZIONI. Le stelle che disegnano il cielo - Lara Albanese e Desideria Guicciardini

Secondo i Greci l'orsa del cielo era una bellissima ninfa chiamata Callisto, che viveva sulla Terra. Tutti gli uomini e anche Zeus, il re degli dei dell'Olimpo, si innamorarono perdutamente di lei e questo le creò innumerevoli guai, tra cui l'invidia di molte donne. Fra queste c'era anche una dea, la bella Era, moglie di Zeus, che davvero non ne poteva più dei tradimenti del marito. Per mettere in salvo l'amata Callisto, a Zeus non restò che trasformarla in una bellissima orsa. E poiché Zeus temeva che anche in quelle nuove sembianze qualcuno avrebbe potuto ucciderla, pensò di sistemarla in cielo fra le costellazioni. Per farlo la prese per il corto codino tipico degli orsi e la scagliò tra le stelle, allungandole la coda: ecco spiegato perché, a differenza di quelle terrestri, l'orsa nel cielo ha la coda lunga!

Quando ero bambina, per un lungo periodo alla domanda “che cosa vuoi fare da grande?” rispondevo “l’astronoma o l’astronauta, devo ancora decidere”. 
Non so esattamente da cosa derivasse la mia passione per le stelle, i pianeti e l’universo. Ricordo che sul muro accanto al mio letto avevo appeso una mappa stellare data in omaggio da un giornale, che all’esame di quinta elementare per Scienze avevo scritto una tesina sul Sistema solare e che per tutto il periodo in cui nel 1997 è stata visibile la cometa di Hale-Bopp ogni sera uscivo a guardarla.

Poi questa passione è un po’ scemata, probabilmente dopo aver scoperto che tra il guardare le stelle e studiarle ci passava tutta una serie di calcoli matematici per me incomprensibili e che soffrendo di vertigini molto probabilmente a fare l’astronauta avrei avuto qualche problema. Mi sono rimaste alcune reminiscenze: so ancora a memoria l’ordine dei pianeti del sistema solare e le loro dimensioni; conosco la differenza tra eclissi di Sole ed eclissi di Luna; mi entusiasmo per ogni fenomeno astronomico visibile dalla Terra (per poi arrabbiarmi quando scopro che però dall'Italia no), e ho seguito tutte le avventure di Samantha Cristoforetti nella sua permanenza nello spazio. E soprattutto, non ho mai smesso di incantarmi di fronte al cielo in una notte limpida e stellata.

Chissà, forse se avessi avuto allora Costellazioni – Le stelle che disegnano il cielo, questo bellissimo volume da poco pubblicato da editoriale Scienza, con i testi di Lara Albanese e le illustrazioni di Desideria Guicciardini, ora starei scrivendo questo post direttamente dalla Stazione Spaziale Internazionale. 
Ma, ahimè, allora non c’era ancora. Però oggi sì e non mi stupirebbe che ispirasse qualche piccolo astronomo in erba a seguire questa strada, ma anche, più semplicemente, qualcuno che il cielo non l'ha mai guardato a innamorarsi delle stelle.



Costellazioni – Le stelle che disegnano il cielo, infatti, è un libro illustrato che fornisce tutti gli strumenti necessari per appassionarsi al cielo e alle stelle: ci sono otto mappe stellari per osservare il cielo nelle differenti stagioni dell’anno; ci sono buffi aneddoti mitologici e fantastici, provenienti da diverse culture, che da sempre sono associati agli astri (e Zeus, con la sua passione per le donne, ne è protagonista indiscusso); ma anche molte informazioni scientifiche reali su dove, come e cosa cercare nel cielo e qualche consiglio pratico per orientarsi al meglio (non dimenticatevi mai la bussola!).

E poi ci sono le magnifiche illustrazioni di Desideria Guicciardini, ad accompagnare i testi di Lara Albanese: sono disegni speciali perché, oltre a essere molto belli, di notte si illuminano al buio, per osservare il cielo anche nelle sere nuvolose, senza uscire dal proprio letto.


Insomma, questo Costellazioni – Le stelle che disegnano il cielo è un libro illustrato molto bello, perfetto per i bambini in cerca di avventure, ma anche per gli adulti che forse crescendo hanno un po' dimenticato la bellezza di quell'infinito che sta sopra di noi.


TITOLO: Costellazioni. Le stelle che disegnano il cielo
AUTORE: Lara Albanese
ILLUSTRATORE: Desideria Guicciardini
PAGINE: 64
EDITORE: editoriale Scienza
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Costellazioni. Le stelle che disegnano il cielo. Ediz. a colori

lunedì 27 novembre 2017

LA RAGAZZA CHE DORMÌ CON DIO - Val Brelinski

Era davvero possibile conoscere una persona? Conoscerla veramente, in profondità, al punto di non dover mai dubitare dei suoi pensieri, delle sue intenzioni? Forse era solo una domanda retorica. Suo padre una volta le aveva detto che gran parte delle persone che fanno domande non vogliono avere informazioni ma conferme.


Mi ci è voluto del tempo per riuscire a scrivere la recensione di La donna che dormì con Dio, romanzo d’esordio di Val Brelinski, tradotto da Sandro Ristori per Nutrimenti. 
Mi serviva del tempo per rielaborare quanto avevo letto, per riflettere sui personaggi e le loro vite e su quello che mi avevano suscitato durante la lettura. E anche, forse, per rendermi davvero conto di quanto straordinario sia questo libro.

Protagonista è Jory Quanbeck, una ragazzina di quattordici anni che vive ad Arco, un paesino sperduto dello Idaho, negli anni ’70. La sua è una famiglia molto religiosa, che segue alla lettera ogni dettame della sua chiesa di appartenenza e che è contraria a qualunque forma di intrattenimento che non sia leggere la Bibbia o seguire le attività organizzate dalla comunità.


Funzionava così.
Non ci si poteva fare il bagno insieme ai maschi, non si poteva andare al circo o al bowling, non si giocava né a biliardo né a carte (a parte Uno), non si ballava. Niente cinema, niente trucco, niente buchi alle orecchie o gioielli vistosi, o vestiario immodesto di qualsiasi tipo. Gli uomini dovevano portare i capelli corti, le donne lunghi. E il concetto di GIOIA era riassunto nella formula: Gesù In Ogni Istante Amerò.

A capo della famiglia c’è il padre, un astronomo laureato a Harvard, il cui unico svago è correre di notte attorno alla casa con le stesse scarpe che indossa al lavoro, e molto protettivo nei confronti della famiglia e delle figlie. Accanto a lui c’è la moglie, una donna fragile, lasciatasi completamente andare dopo il matrimonio perché Dio è contrario a qualunque frivolezza, che non è in grado di affrontare nessuno dei problemi della vita. E poi ci sono le due sorelle di Jory: Grace, la maggiore, si sente una specie di messia scena in Terra, una santa destinata a grandi cose, talmente è legata alla religione e alle sue regole; Frances, invece, è ancora troppo piccola per capire tutto quello che le succede attorno.

Suo padre era solo suo padre: tutti lo chiamavano Dottore, era andato a Harvard e aveva scoperto nuove lune, inforcava la sua vecchia bici nera per andare a insegnare e faceva il giro del giardino di corsa, venti volte ogni notte, sempre con le scarpe che indossava anche al lavoro. E sua madre era solo sua madre: non lavorava e non guidava, non parlava con nessuno e non andava da nessuna parte, a parte in chiesa e in biblioteca, dove si recava due volte alla settimana per prendere in prestito tutti i libri che potevano darle e per richiedere nuovi volumi che il personale non aveva avuto la lungimiranza di ordinare. Era così che andavano le cose, da sempre e per sempre. Loro cinque erano come Polaris, la stella che indicava sempre il nord: suo padre, sua madre, e Grace e poi Jory e Frances. I Quanbeck. Jory poteva andare e girare e correre qua e là e inventarsi mille cose, ma alla fine stavano sempre lì, immobili, come il resto delle stelle e dei pianeti che scorrevano sotto l'attento sguardo dell'occhio luminoso di Dio.

Qualcosa però in questa famiglia all'apparenza perfetta va storto. Grace torna a casa da una missione in Messico incinta. Di Dio, dice lei. Nessuno in famiglia però le crede e, per fare in modo che la vergogna non ricada su tutta la famiglia, il padre decide di portare lei e Jory in una casetta fuori città e lasciarle lì finché non si deciderà cosa fare. Grace accetta di buon grado questo suo destino, convinta che anche questo sia il volere di Dio. Jory, invece, inizia un po’ a ribellarsi, combattuta tra il bene che vuole a suo padre e quella che, però, le sembra un’ingiustizia. A vivacizzare le loro giornate ci pensa Grip, che guida un furgoncino dei gelati e sembra comparire sempre dal nulla quando più se ne ha bisogno. Il ragazzo stringe amicizia con Jory prima che si trasferisca, per poi andarla a cercare subito dopo e conoscere così anche Grace. Jory, intanto, inizia a sfruttare questa insperata libertà che la punizione del padre le ha concesso: con l’aiuto della vicina di casa inizia a vivere quasi come una normale adolescente, andando alle feste e ai balli e persino ubriacandosi, senza però mai dimenticarsi da dove viene e, soprattutto, perché sta vivendo quella vita.
Finché la vita di Jory e di Grace non precipita del tutto e quasi improvvisamente, e quella che sembrava solo una punizione e un'attesa per cercare di sistemare le cose diventa qualcos'altro, qualcosa di impossibile da gestire per tutti,  e che farà crollare definitivamente le già vacillanti certezze di tutta la famiglia.

La donna che dormì con Dio è forse il romanzo più bello che ho letto quest’anno. Sia per il modo il modo in cui è scritto, sia per la storia che racconta, sia, soprattutto, per tutto quello che fa provare a lettore durante la lettura.
È un romanzo che a volte fa sorridere, altre commuovere e altre incazzare (il verbo “arrabbiare” è troppo poco). Un romanzo che a ogni pagina porta il lettore a mettere in discussione la propria opinione su quello che sta leggendo, su chi sia vittima e chi carnefice, su cosa sia giusto e cosa sbagliato, se davvero c’è qualcosa di giusto e di sbagliato quando si tratta di famiglia, di legami e sentimenti.

«Non ci avevo mai pensato, ma immagino che noi vediamo solo questo lato della luna, non è vero? Il lato con la faccia del vecchio triste».
«Non sappiamo com’è l’altro lato, il lato oscuro. Sappiamo che c’è, ma non lo vediamo mai».
«Proprio come certe persone». Grip mosse su e giù le palpebre e poi abbassò il tono della voce. «Con i loro lati oscuri ben nascosti».

Jory, poi, è un personaggio indimenticabile. È una ragazzina di quattordici anni, che lotta ogni giorno tra quello che le è stato insegnato e quello che realmente vorrebbe fare: si interroga su quanto sia giusto basare tutta la propria esistenza su Dio e sulla religione, ma al tempo stesso si trova in difficoltà quando si rende conto che la sua famiglia, che su quello si è sempre basata, non riesce più a stare in piedi e lei invece vorrebbe solo che ritornasse quella di prima. È una ragazzina che si arrabbia, che vorrebbe essere ascoltata, che non vorrebbe avere una sorella così santa e un padre che con il suo troppo amore quasi la opprime. E vorrebbe essere amata, essere lei, per una volta, al centro del mondo di qualcuno.

Val Brelinski esordisce con un romanzo incredibile. Fa quasi effetto pensare che sia un’opera d’esordio, vista la maturità e la complessità dei temi trattati. La ragazza che dormì con Dio è davvero un romanzo che tutti dovrebbero leggere.

E poi, be’, la copertina con l'illustrazione di Alessandro Gottardo è semplicemente stupenda.


TITOLO: La ragazza che dormì con Dio
AUTORE: Val Brelinski
TRADUTTORE: Sandro Ristori
PAGINE:415
EDITORE: Nutrimenti
ANNO: 2017
ACQUISTA SU AMAZON

venerdì 24 novembre 2017

LETTERE DA BABBO NATALE - J.R.R. Tolkien



Caro Babbo Natale,

come stai? Scusami se ti disturbo proprio adesso che manca solo un mese alla Vigilia di Natale. Immagino tu sia molto impegnato a cercare i regali e a rispondere a tutti i bambini che, a differenza mia, ti hanno scritto per tempo. Ma chissà che tu, o Orso Bianco o qualcuno dei tuoi elfi non troviate comunque il tempo di leggere queste mie parole e, magari, anche di rispondermi.
Ne sarei onorata, come penso proprio lo fossero i bambini della famiglia Tolkien quando sotto l’albero, insieme ai regali richiesti, trovavano una delle vostre lettere provenienti dal Polo, con i racconti di quello che vi era successo durante l’anno.

Ho letto queste lettere quasi per caso, sai? Sembra strano, perché la raccolta Lettere da Babbo Natale è in circolazione già da un po’, in diverse edizioni. Eppure, pur essendo una grandissima amante del Natale, io le ho scoperte solo da poco, grazie a una nuova ristampa di Bompiani (è una delle tante case editrici che ci sono qui in Italia… le avete anche al Polo le case editrici? Secondo me Orso Bianco potrebbe scrivere un bel romanzo autobiografico su tutto quello che vi succede lì e avrebbe un enorme successo).

Le ho scoperte da poco, dicevo, e me ne sono innamorata. Un po’ per i vostri disegni (i tuoi e quelli di Orso… ma non dirglielo, se no si monta la testa), un po’ per i vostri racconti, a volte divertentissimi altri un po’ paurosi (i goblin non sono più tornati, vero?), che bene raccontano quanto a volte sia difficile svolgere il lavoro che fai… soprattutto se vivi con un orso pasticcione che a volte sembra quasi boicottarti, anche se sappiamo tutti che non lo fa in cattiva fede. Ma soprattutto, ho amato molto l’idea di te e dei tuoi aiutanti che vi mettete lì e, con la vostra scrittura a volte un po’ tremolante altre gigantesca (ma poi Orso è riuscito a togliersi l’inchiostro dalle zampe?), rispondete alle lettere dei bambini.

Secondo me queste lettere valgono più dei regali veri e propri, perché dimostrano tutto l’amore che per loro provate. Magari da bambino uno non se ne accorge, tutto intento a scartare giocattoli e libri e qualunque altra cosa abbia chiesto; ma poi una volta cresciuto, quando i giocattoli saranno finiti in soffitta, i libri persi in qualche trasloco e le altre cose consumate, be’, queste pagine e questi disegni rimarranno. Così come rimarrà tutto l’amore di un padre scrittore verso i suoi figli. 

Niente, caro Babbo Natale, non ho molto altro da dirti, se non appunto che ho letto le tue storie e le ho adorate, al punto da consigliarle a chiunque ancora non le conosca, per vivere attraverso le tue parole e i tuoi disegni la magia del Natale.

Ah sì, mi piacerebbe anche partecipare, una volta o l’altra, all’enorme festa che dai ogni anno per tutti i tuoi amici e aiutanti una volta consegnati tutti i doni (porterei anche del cibo, così se Orso Bianco si mangiasse tutto quello che hai preparato tu, ci sarebbe qualcosa di scorta), ma non so se quest’anno riuscirò a essere dalle tue parti il 26 dicembre. Comunque ci proverò.

Ora ti saluto, davvero, caro Babbo Natale. Ti ringrazio per avermi permesso di ritornare bambina con le tue parole. Anche se erano rivolte ai figli del signor Tolkien, mi hanno divertito, commosso ed emozionato come se fossero state per me.
Dai una carezza sul testone di Orso Bianco, un abbraccio affettuoso a tutti i tuoi elfi e qualche carota in più alle renne da parte mia.

A presto
Una bambina un po’ cresciuta che non smetterà mai di adorare il Natale.



TITOLO: Lettere da Babbo Natale
AUTORE: J.R.R. Tolkien
TRADUTTORE: Marco Respinti
PAGINE: 192
EDITORE: Bompiani
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Lettere da Babbo Natale

lunedì 20 novembre 2017

L'ARTE DELL'ATTESA - Andrea Köhler

Esistono infinite forme di attesa: in amore, dal medico, alla stazione o nel traffico. Aspettiamo: l'altro, la primavera, i numeri del lotto, un'offerta, il pranzo, la persona giusta, e aspettiamo Godot. I compleanni, i giorni di festa, la felicità, i risultati sportivi, un referto. Una telefonata, il rumore della chiave nella toppa, il prossimo atto e la risata dopo il finale di una barzelletta. Aspettiamo che un dolore smetta e che ci colga il sonno o che il vento si plachi. Inerzia, distrazioni o noia: nel registro delle ore programmate, l'attesa è la pagina vuota da riempire. Che nel migliore dei casi ci ricompensa con la libertà.


Ho un rapporto un po’ particolare con le attese. Mi piace arrivare in anticipo agli appuntamenti, che siano di lavoro, medici o un semplice incontro con qualcuno e aspettare. Mi dà il tempo di schiarirmi le idee, di pensare a quello che sta per succedere, di calmarmi se quello che sto per fare è fonte d’ansia, o godermi ancor di più il momento se invece di lì a poco succederà qualcosa di bello. 
Odio, però, aspettare oltre l’orario stabilito e non vado particolarmente d’accordo con le persone perennemente in ritardo. Non mi piace aspettare i risultati degli esami, anche quando so che non ci dovrebbe essere nulla di cui preoccuparsi e i treni in troppo ritardo mi mettono un po’ di ansia.

Come tutti, poi, mi è capitato più volte di aspettare Godot, ovvero che succedesse qualcosa (bella o brutta che sia) che non aveva minimamente intenzione di succedere. Ma ho anche vissuto delle attese bellissime, di quelle che iniziano con giorni d’anticipo e senti crescere piano piano da qualche parte dentro di te e che rendono ancor più speciale il loro concludersi.

Tutta questa lunga premessa serve a introdurre L’arte dell’attesa di Andrea Köhler, questo saggio da poco pubblicato da Add editore con la traduzione di Daniela Idra. 
Come sempre più spesso sta succedendo ultimamente, ad attirarmi verso questo libro è stata prima di tutto la copertina, con questa bella illustrazione di Luca Cristiano. E poi il libro in sé, ovviamente, l’idea di analizzare l’attesa, a cui dedichiamo, a volte senza averne nemmeno troppa consapevolezza, una parte molto ampia della nostra vita.

In fondo la vita ci insegna molto presto l’esercizio del rimandare: abituarci a orari decisi da altri, controllare il nostro intestino, accettare il ritmo giorno-notte. Nella vita umana, la prima lotta per il potere si svolge sul terreno dell’attesa, cercando di imporre disciplina al corpo. Nelle primissime ore di vita dobbiamo riconvertici in uno strumento che obbedisce all’orologio. La prima cosa a essere allenata nell’esistenza terrena è la pazienza.

Per parlarci di attesa, Andrea Kohler chiama in aiuto scrittori e filosofi di tutti i tempi: da Barthes a Nabokov, da Camus a Handkle, passando ovviamente per Beckett e il suo Godot, ma anche Flaubert, Nietzsche, Walter Benjamin e altri più o meno conosciuti. Ma soprattutto, c’è la sua esperienza personale, di persona che nella vita ha vissuto tanti momenti di attese e in cui mi sono rivista quasi sempre.

Posso aspettarmi qualcosa con ostinazione, anche se la ragione mi dice che non accadrà in nessun caso. Questa aspettativa non si può correggere, è la caparbietà animale del cuore. Lo so: l'attesa terminerà il tale giorno - eppure l'aspettativa si ostina ad alimentare in malafede il desiderio. Aspetto una lettera, una chiamata, so che l'altro non scriverà, non telefonerà prima di tale data, di tale ora. Eppure continuo a verificare se uno spirito ben disposto non abbia intralciato i suoi piani ed esaudito invece i miei desideri.

Ho sentito così vicine alcune frasi e alcune citazioni, al punto da fare una cosa che solitamente con i libri non faccio mai: sottolineare. Solitamente quando in un libro trovo una citazione che mi piace la segno da qualche parte, ma mai nel libro. Uso dei post-it, a volte, che poi tolgo una volta segnato tutto quello che mi dovevo segnare. Mi piace l’idea che, in futuro, se rileggerò quel libro proverò lo stesso effetto di sorpresa della prima volta. Nel caso di L’arte dell’attesa, però, non è possibile: c’è troppa roba che merita di essere ricordata, qui dentro. Frasi che devono saltare all'occhio subito, qualora servissero e non si avesse tempo di rileggere tutto. E quindi la mia copia è tutta una sottolineatura, a partire dal prologo, fino all'ultima riga dell’ultima pagina.

Kairos, l'istante felice, presuppone l'attesa: il dono del tempo, a volte straziante, a volte beatamente sprecato, ma sempre un dono.

Certo, L’arte dell’attesa è un saggio e come tale va letto. Ma è anche qualcosa di più, perché racconta e analizza in modo molto sincero un argomento che, volenti o nolenti, consapevolmente o inconsapevolmente, da un lato o dall’altro (c’è chi aspetta e chi si fa aspettare, chi arriva sempre tardi e chi due ore prima, chi odia le attese e chi quando queste finiscono), tocca e toccherà sempre la vita di tutti.

TITOLO: L'arte dell'attesa
AUTORE: Andrea Köhler
TRADUTTORE: Daniela Idra
PAGINE: 126
EDITORE: add editore
ANNO: 2017
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formato cartaceo: L'arte dell'attesa
formato ebook: L’arte dell’attesa