mercoledì 15 febbraio 2017

LADRI DI INCHIOSTRO - Alfonso Mateo-Sagasta

Mi reputate capace di scrivere una simile porcheria? Credete che non abbia niente di meglio da fare? Io sono un poeta, signore, non un commediante, e neanche un novelliere. La mia opera è ben superiore a certi libercoli. Il Chisciotte non è che un romanzetto simpatico da leggere dal barbiere, e il destino naturale delle sue pagine è simile a quello dei petali di una margherita in mano a un innamorato: essere strappate una dopo l'altra e usate per impacchettare la merce in un negozio di spezie.

Mi capita spesso di chiedermi come mai ammettere di non aver letto il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes scandalizzi meno rispetto alla confessione di altre lacune letterarie. Forse perché la letteratura spagnola in Italia non è poi così diffusa, a meno che non l’abbiate studiata a scuola, all'università o per passione personale? Forse anche perché il Chisciotte è un’opera antica e dal volume considerevole e chi mai si metterebbe a leggere così, di sua spontanea volontà, più di 1200 pagine scritte nel ‘600?

Io stessa sono dovuta arrivare al terzo anno di università, e non senza una certa paura, per scoprire le avventure dell’Ingenioso hildalgo don Quijote de la Mancha.
E innamorarmene follemente perché, prima di tutte le considerazioni storiche e i significati più o meno nascosti, le peripezie di questo cavaliere errante e del suo prode scudiero Sancho Panza fanno morire dal ridere. Da allora, pur non avendo ancora avuto il tempo di rileggerlo (e il coraggio per farlo in lingua originale) porto Don Chisciotte e Sancho Panza nel cuore.

Immagino che molti sappiano la storia della pubblicazione del Chisciotte: il primo volume esce nel 1605 e ottiene un successo strepitoso. Strepitoso e un po’ inaspettato anche per lo stesso Cervantes, che fino ad allora aveva pubblicato solo La Galatea, un romanzo pastorale, e qualche Novella Esemplare qua e là. Al punto da cadere un po’ nello sconforto, annunciando ovunque la pubblicazione di un secondo volume che però non sembra arrivare mai. Finché, nel 1614, esce il Segundo tomo del ingenioso hidalgo Don Chisciotte de la Mancha, un apocrifo, a opera di un misterioso scrittore che si cela dietro lo pseudonimo di Alonso Fernández de Avellaneda. Un affronto, per il povero Cervantes, che nel prologo viene accusato dei peccati più infamanti per l’epoca e che finalmente decide di rispondere pubblicando nel 1615 il secondo volume ufficiale, in cui Don Chisciotte e il fido Sancho partono proprio alla ricerca di questo cavaliere errante apocrifo, per affrontarlo in un duello letterario.

È dall’uscita di questa versione apocrifa del Don Chisciotte e da tutte le supposizioni e le ricerche fatte per scoprire chi si nasconde dietro allo pseudonimo di Fernández de Avellaneda che prende spunto la vicenda narrata in Ladri di inchiostro di Alfonso Mateo-Sagasta, edito in Italia da Marco Tropea editore (casa editrice, ahimè, fallita qualche anno fa) e tradotto da Roberta Bovaia.

Siamo nella Madrid del 1614, la versione apocrifa del Chisciotte è stata da poco pubblicata e l’editore della versione originale, Francisco Robles, è su tutte le furie: non bastava che Cervantes promettesse il seguito da anni senza mai realizzarlo, ora ci voleva anche un apocrifo a infamarne il lavoro e, soprattutto, a fargli perdere soldi. L’uomo incarica quindi un suo dipendente, Isidoro Montemayor, di indagare sull’uomo che si nasconde dietro allo pseudonimo di Alonso Fernández de Avellaneda. Il buon Isidoro, ex soldato che sta cercando disperatamente di dimostrare le sue origini nobili, accetta l’incarico (non che avesse molta scelta, in realtà) e si ritrova così immerso nel variegato ambiente letterario della Spagna del ‘600, tra uomini ricchissimi e antipaticissimi, scrittori al servizio dei potenti, bische clandestine, conventi, salassi e strane teste parlanti. Riuscirà il nostro eroe a scoprire chi si cela dietro ad Alonso Fernández de Avellaneda senza rimetterci la pelle?
Quello che viene fuori da Ladri di inchiostro (che è un romanzo inventato ovviamente, perché ancora oggi non è ben chiaro chi fosse davvero l’autore del Chisciotte apocrifo) è un ritratto un po’ impietoso ma, soprattutto, divertentissimo della Madrid dell’epoca, di cui Alfonso Mateo-Sagasta racconta gli usi e i costumi, le contraddizioni e l’inesorabile decadenza verso cui si stava lentamente rivolgendo la città e, soprattutto, il suo ambiente letterario.

Insieme a don Isidoro, incontriamo quindi un Cervantes un po’ provato, dalla malattia e dalla tristezza, un Lope de Vega immanicato un po’ con tutti, un Góngora un tantino rosicone e un Francisco de Quevedo che sa ben più di quel che lascia intendere; ma anche una famiglia che stranamente dà alla luce solo figli ciechi, un barbiere-dentista che crede nel magico potere dell’urina, una ragazza che ha perso più e più volte la verginità, e una bella contessa che a don Isidoro fa un po’ quello che vuole, anche saccagnarlo di botte.

Tutti insieme, questi personaggi e il modo in cui Alfonso Mateo-Sagasta li fa interagire tra loro rendono Ladri di inchiostro un grande, grandissimo romanzo. Gli appassionati di quell'epoca e di quella letteratura, se non saranno troppo fiscali con alcune licenze storiche che l’autore si prende, si divertiranno tantissimo durante la lettura di questo libro. Ma anche chi invece di Spagna del ‘600 non sa nulla, ma adora i romanzi storici, in cui la realtà e la finzione si mescolano alla perfezione, non potrà che farsi conquistare da don Isidoro e dalla sua indagine.
E chissà, magari poi vi verrà voglia di leggere anche il Don Chisciotte e perdervi nel fantastico mondo dei cavalieri erranti.

TITOLO: Ladri di inchiostro
AUTORE: Alfonso Mateo-Sagasta
TRADUTTORE: Roberta Bovaia
PAGINE:560
EDITORE: Marco Tropea editore
ANNO: 2010
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Ladri d'inchiostro

lunedì 13 febbraio 2017

Cathy, Kent e Le nostre anime di notte

Dov’è la tua mano?  
Proprio qui accanto a te, dove sta sempre.
Cathy Haruf, con la sua bravissima interprete
Non so bene da dove cominciare per raccontarvi l’incontro con Cathy Haruf avvenuto domenica 12 al Teatro Franco Parenti di Milano in occasione dell’uscita di Le nostre anime di notte, ultimo romanzo del marito Kent, pubblicato quando lui ormai non c’era più.
Vorrei scrivere un post super professionale, in cui vi racconto quali domande le sono state fatte e come lei ha risposto, senza lasciarmi andare a sentimentalismi o commenti personali. E mi ero ripromessa di essere così anche durante l’incontro stesso: ascoltare, prendere appunti, fare domande intelligenti.
Però poi mi sono seduta, lei è arrivata, con il suo bastone colorato e un sorriso dolcissimo sul viso e niente, al diavolo la professionalità, qui il problema era non commuoversi.

Questa donna è la moglie di Kent Haruf, l’autore di La trilogia della Pianura, su cui ho versato una valle di lacrime, di tristezza, di gioia, di commozione, e che, almeno in parte, ha contribuito a farmi innamorare. 
Ed è anche la persona a cui Haruf ha dedicato Le nostre anime di notte, questo piccolo gioiello appena uscito per NNeditore, sempre con la magistrale traduzione di Fabio Cremonesi, che racconta la storia d’amore tra due anziani, facendomi commuovere ancora una volta, e in alcuni punti forse ancor di più che nei tre libri precedenti.

Cathy ci tiene però a dire che il libro è autobiografico solo nella struttura di base, quella dei due anziani che la notte si ritrovano per mano nel letto, a chiacchierare. «Era il momento della giornata che Kent amava di più» ci dice. «La sera ci mettevamo nel letto e ci raccontavamo le nostre giornate. Abbiamo sempre fatto così, abbiamo sempre parlato di tutto, senza mai attaccarci, e parlandone in qualche modo anche le cose più difficili in parte già si risolvevano. E quando Kent stava ormai per morire, gli ho chiesto se c’era altro che avremmo potuto dirci, secondo lui. Ha risposto di no e io gli ho detto che ero d’accordo. Nessun rimpianto, insomma».

Da questo espediente, da queste mani di due anziani che si stringono nella notte e si abbandonano alle chiacchiere, è poi nato il romanzo vero e proprio, la storia di Addie Moore e Louis Waters e il loro dolcissimo amore. Dolcissimo e un po’ scandaloso per Holt, un paesino di poche anime in cui inevitabilmente tutti sanno tutto di tutti e tutti chiacchierano. Eh sì, la Holt di Le nostre anime di notte è un po’ diversa rispetto a quella della Trilogia della Pianura: una Holt che fa battute, che lancia frecciatine e piena di pettegoli, ma che al tempo stesso, almeno in parte, invidia il coraggio che Addie e Louis hanno avuto nel tentare di essere felici anche da anziani.


Holt è un paesino inventato, in cui Kent Haruf ha ambientato tutti i suoi romanzi (anche i due precedenti alla Trilogia della Pianura e non ancora usciti in Italia), di cui nemmeno Cathy ha ben chiara l’origine: potrebbe in qualche modo ricordare i paesini in cui Haruf ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza, ma anche essere semplicemente un luogo del Colorado che potrebbe essere un posto qualunque. Kent, però, da lì non si sarebbe mai potuto muovere: «I’m stuck in Holt» diceva sempre.

Ma com’era il Kent Haruf non scrittore? Il Kent Haruf che dai libri non emerge? Cathy racconta di un uomo timido, ma al tempo stesso molto popolare e molto amato dai suoi studenti per il suo senso dell’umorismo. Un uomo che amava ascoltare gli altri e le loro storie, «e che probabilmente se fosse qui adesso risponderebbe alle vostre domande e poi ve ne farebbe lui altre, per scoprire qualcosa di voi». Un uomo molto disponibile e una persona vera, non costruita. Un uomo molto tranquillo, tranne quando guardava la sua squadra di football del cuore, in tv. In quei momenti, improvvisamente, si trasformava.
«Io uscivo dalla stanza, perché era impossibile stare con lui mentre guardava i Denver Broncos, soprattutto se perdevano. E poi ogni tanto, quando gli uscivano le parole peggiori, gli cantavo “tu andrai all’inferno, tu andrai all’inferno”».

Per quanto riguarda la scrittura, lui e Cathy erano un meccanismo ben oliato. Nel caso dei romanzi precedenti, Kent ha impiegato molto tempo per scriverli. Iniziava a pensare ai personaggi almeno un anno prima di metterli su carta. Poi scriveva tutto a macchina, con gli occhi bendati, così da poter vedere dentro di sé quello che stava scrivendo. Aggiungeva qualche annotazione e poi passava la bozza a Cathy, perché la battesse al pc. E così via, per altri quattro o cinque giri di bozze. Cathy si è sempre occupata solo di correggere errori e refusi, non ha mai fatto alcuna osservazione sulle trame, perché i libri non erano suoi. («Una volta, mentre stavo battendo al pc uno dei libri della trilogia, gli ho detto che un personaggio mi era piaciuto molto e avrei voluto saperne di più. Kent si è chiuso in camera e non è uscito per due giorni. E pensare che a me sembrava un complimento».)
Con Le nostre anime di notte è stato diverso. Kent sapeva che stava per morire, sapeva di non avere tempo e quindi ha scritto con più urgenza, stupendosi della velocità con cui era capace di abbozzare i capitoli. Cathy racconta che quando ha letto le prime due pagine del libro ha pensato che si trattasse di un’idea geniale, quella di un uomo e una donna ormai anziani ed entrambi soli che decidono di attraversare insieme le notti. E ha sorriso, perché sapeva che Kent sapeva che lei, come Addie Moore, ne sarebbe stata capace («Lui no, era troppo timido»).
«È sciocco pensare di essere soli quando si potrebbe essere insieme» ci dice. E racconta di come abbia cercato di convincere i membri del suo club del libro, desiderosi di un po’ di compagnia, a fare qualcosa di simile. «Alla peggio si soffre un po’, si viene un po’ feriti. Ma se le cose vanno bene, si ottiene qualcosa di bellissimo».

Io avevo due curiosità che mi ronzavano in testa da un po’.
La prima riguardava il film che da Le nostre anime di notte è stato tratto. Il regista è Robert Redford, che interpreta anche Louis Waters, mentre la parte di Addie è affidata da Jane Fonda. Volevo capire come fosse nata l’idea del film. Se un giorno le fosse squillato il telefono e «Salve, sono Robert Redford, vorrei girare un film dal romanzo postumo di suo marito». 
E in effetti sì, è andata proprio così. Robert Redford era alla ricerca di un nuovo film in cui recitare con Jane Fonda. Ha letto Le nostre anime di notte in bozze, prima che uscisse, e ha deciso che era questo. Cathy gli ha fatto un'unica richiesta, che fosse fedele al libro. 

Poi, qualche tempo dopo, è di nuovo squillato il telefono in casa Haruf e: «Salve, sono Jane Fonda, posso venire qualche giorno lì da lei e ce ne andiamo un po’ a spasso per il Colorado?».
A questo punto anche qualche amico di Cathy ha avuto la reazione che avrei avuto io (ok, forse io sarei proprio svenuta), chiedendole se non fosse emozionata dalla cosa. E lei semplicemente ha risposto che sì, certo, Jane Fonda fa un lavoro che la mette sotto i riflettori e che la rende conosciuta a tutti, ma è un essere umano, come tutti gli altri, e siamo tutti sulla stessa barca, abbiamo tutti gli stessi problemi e le stesse difficoltà. «E Kent scriveva con questa consapevolezza. E per questo scriveva della condizione umana, di eventi che tutti condividiamo, tirando fuori da ogni personaggio la sua umanità, senza mai giudicare nessuno. Di se stesso diceva di essere un po’ pettegolo, perché osservava tutto e tutti».

(Per la cronaca, il film dovrebbe uscire a settembre di quest’anno, sarà nelle sale solo per una settimana, così da garantirsi la possibilità di essere candidato agli Oscar, e poi sarà visibile su Netflix.)

La seconda curiosità riguardava invece quale fosse il suo libro preferito. Togliendo Le nostre anime di notte, che «per quel che rappresenta e quel che racconta è ovviamente in un’altra categoria», il suo preferito è Canto della Pianura (mentre Crepuscolo è e rimarrà per tutti quello in cui Kent ha fatto quella cosa terribile, che non vi dico ma se l’avete letto sapete cos'è e da cui io ancora non mi sono ripresa, che lui giustificava con «sì, ma è solo un libro!».)

Poi l’incontro con i blogger è finito, lei ci ha ringraziato con lo stesso sorriso dolce con cui ci ha salutato entrando. Io non ho potuto non pensare a quanto bello e triste al tempo stesso fosse tutto questo: venire in Italia a parlare dei libri di suo marito, scomparso poco più di due anni fa, e riuscire a farlo senza mai versare una lacrima, senza mai scadere nel patetismo, ricordando sempre tutto con un sorriso e facendo sorridere di rimando anche chi era lì ad ascoltarla. In ogni sua parola, in ogni suo gesto, si è visto e sentito quanto amasse Kent e quanto bello fosse quello che avevano costruito insieme e che, anche se lui ora non c'è più, in qualche modo stanno ancora costruendo.

Il pomeriggio è proseguito con lo spettacolo vero e proprio. In una sala stracolma di persone (500 persone, a sentire parlare di un libro pubblicato da un piccolo editore sono un vero e proprio record), Marco Missiroli ha raccontato il suo rapporto con Haruf, Lella Costa e Gioele Dix hanno dato voce a Addie Moore e Louis Waters e poi Fabio Cremonesi e la stessa Cathy hanno risposto alle domande di Antonio Calabrò. 



Ed è stato tutto bellissimo, proprio come lo era stato leggere la Trilogia della Pianura e, pochi giorni fa, anche Le nostre anime di notte.
Stavolta però non ho mai pianto.
Giuro.

venerdì 10 febbraio 2017

IL CONFINE DI GIULIA - Giuliano Gallini

Per guardare oltre bisogna uscire dalla casa che si è sempre abitata. e se non si ha il coraggio di aprire la porta bisogna lasciare che qualcuno la apra per te.

Un lui squattrinato e una lei ricchissima. Un uomo che non può vivere senza credere in qualcosa e una donna che, invece, non può vivere credendo in qualcosa. Uno scrittore e una poetessa. Ignazio Silone e Giulia Bassani. Ad accomunarli, le sedute dallo psicoanalista esistenzialista Jung, una Zurigo fredda e un amore sospeso, forte ma al tempo stesso troppo fragile, che sembra non potersi concretizzare mai.

Si potrebbe riassumere con queste poche righe Il confine di Giulia, il romanzo d’esordio di Giuliano Gallini, da poco pubblicato dalla casa editrice Nutrimenti. Un esordio tardivo, in realtà, perché Gallini di mestiere non ha mai fatto lo scrittore, se non per passione, e che ha tirato fuori dal cassetto questa sua storia in età già adulta, dimostrando forse che per poter scrivere non si può scrivere sempre. Quello che ne è venuto fuori è un romanzo davvero bello e davvero intenso.

Il confine di Giulia dà voce a tre personaggi: Ignazio Silone, l’autore di Fontamara, un libro che oggi si legge nelle scuole ma che fino a trenta, quarant’anni fa non veniva considerato, per le ambiguità politiche dell’autore, riabilitato solo in tempi recenti. È povero, malaticcio, squattrinato, desideroso di uscire dal partito comunista ma al tempo stesso incapace di rimanere senza nulla in cui credere Il suo sogno è quello di fare lo scrittore e tra le mani ha già il manoscritto, in diverse copie e revisioni, alcune di queste lasciate in pegno al posto di soldi, di quello che poi sarà considerato da tutti il suo capolavoro.
Accanto lui c’è Giulia Bassani, che invece dagli eventi si lascia trascinare, sempre sul confine tra la scelta e la non scelta, sempre troppo pessimista e infelice per poter credere che la sua vita possa migliorare. È una donna ricca, una donna che ha studiato, seguendo però sempre i desideri di suo padre, senza mai decidere niente da sola, nemmeno le cose più importanti. Facendosi trascinare da un destino che non sembra saper influenzare in alcun modo e di cui però è anche sempre insoddisfatta.
E poi c’è una terza voce, una voce anziana che dai giorni nostri racconta il suo incontro con Giulia da ragazza, negli anni ’30, e che ha fatto da testimone esterna alla storia d’amore della donna con Silone, ma soprattutto della sua sofferenza e incapacità di reagire.
Giulia sentiva l’amico, come ho detto, allo stesso tempo separato e unito; credo, infatti, che Silone sia stato l’alter ego della sua anima depressa: e Giulia, in qualche modo, deve essere stata a sua volta l’alter ego di Silone. Intendo dire che si sono frequentati confrontando continuamente la distanza delle loro visioni della vita ma solo per rafforzarsi nella convinzione che la propria fosse quella giusta, e vedendo nell’altro il sé che rifiutavano, il sé con il quale non volevano comunicare.
Il confine di Giulia è un romanzo davvero bello e davvero intenso, vi dicevo. Per lo stile dell’autore e la sua capacità di mischiare realtà e finzione, grazie anche a un attento studio di ricerca svolto per passione negli anni; per il ritratto che fa di un’epoca storica del nostro paese da un punto di vista poco conosciuto a chi non è studioso di quell’epoca. Ma soprattutto, per la caratterizzazione del personaggio di Giulia, di cui Giuliano Gallini sembra prendersi davvero molta cura con le sue parole.

Alla fine, anche se io di solito nutro una certa antipatia per le persone che si lasciano trascinare dagli eventi senza aver mai la forza di reagire, ho provato un certo affetto e una certa commozione nei suoi confronti, per quel suo apparentemente ingiustificato mal di vivere. E poi ho imparato tante, tantissime cose su Ignazio Silone che non sapevo. 

Un libro assolutamente da leggere.


Titolo: Il confine di Giulia
Autore: Giuliano Gallini
Pagine: 144
Editore: Nutrimenti
Anno: 2017
Prezzo: 15 €
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formato cartaceo: Il confine di Giulia
formato ebook: Il confine di Giulia

martedì 7 febbraio 2017

ANATOMIA DI UN SOLDATO - Harry Parker

Sono anche rumore. Tipo un bang, tipo un boom, tipo un tonfo sordo, tipo uno sgracchio, tipo un fischio acuto penetrante perforante spaccatimpani.
Ho schiacciato quell’uomo contro la forza di gravità.
Non è riuscito a restare intero e gli ho disintegrato il piede, sbattendoci contro e spaccandolo in mille pezzi: piede e scarpa ridotti a brandelli nella mia scia. Li ho fatti volare insieme alla terra che ho scaraventato in aria. In aria nella mia onda supersonica, tranciando di netto la pelle.
Distruggendo quanto c’è di più sacro.

(Questa mia recensione è stata pubblicata su Ultima pagina il 31 gennaio 2017)

Come si fa a raccontare la guerra? Qual è la voce giusta? Quella di chi ha assistito da semplice spettatore, magari filmando o scrivendo? Quella di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, combattendola o subendola? Quella di chi, semplicemente, se la immagina dai racconti di chi vi ha preso parte o vedendola in tv?
È una domanda difficile, a cui non esiste un’unica risposta possibile. Ma è anche una domanda che chiunque decida di scrivere di guerra si dovrebbe porre. Se l’è chiesto sicuramente anche Harry Parker, prima di iniziare a scrivere il suo romanzo d’esordio, Anatomia di un soldato, tradotto da Martina Testa e pubblicato da Sur nella collana BigSur.
Apparentemente avrebbe potuto fare a meno di porsela, forse, considerando che alla guerra ha preso parte ben due volte, nelle file dell’esercito britannico: in Iraq nel 2007 e in Afghanistan due anni dopo. Ne avrebbe potuto fare a meno, considerando che alla guerra ha anche pagato il suo tributo, perdendo entrambe le gambe nell’esplosione di un ordigno. Avrebbe potuto di raccontare la sua esperienza diretta, magari in prima persona. Ma oltre che soldato Harry Parker è anche uno scrittore, lo era prima di arruolarsi ed è tornato a esserlo una volta ripresosi dalle gravissime ferite riportate. Per questo ha scelto una forma narrativa differente, che non usa sola voce, la sua, ma tante diverse. Le voci degli oggetti, che alla guerra e alle sue sofferenze prendono parte tanto quanto gli uomini.

Ogni capitolo di Anatomia di un soldato è affidato a un oggetto diverso: tutti insieme raccontano la storia di tre personaggi, le cui vite si intrecciano e si incontrano, in modo a volte sottile a volte molto stretto, durante la guerra in Afghanistan. La prima è quella del giovane capitano dell’esercito britannico Tom Barnes, matricola BA5799, che, al rientro da una missione, salta su una mina e perde entrambe le gambe. La sua storia è introdotta dalla voce del laccio emostatico in dotazione a tutti i soldati e che gli viene messo ancora sul posto, quando i suoi compagni stanno cercando di farlo sopravvivere nonostante le gravissime ferite. Poi c’è un catetere. Una cannula per l’intubazione. Una sega per amputazione. Una sedia a rotelle. La borsa della madre quando arriva da lui in ospedale la prima volta. Un calzino attorno a un moncone, che si inzuppa di sangue ogni volta che viene inserita una protesi. Una prima protesi, una seconda, una terza. Una medaglia al valore, quella che viene consegnata a tutti coloro che sono rimasti feriti in guerra e che non fa che amplificare il dolore e l’amarezza che questi provano.
Dopo che ogni soldato ebbe ricevuto una come me e che la banda ebbe ricominciato a suonare, gli uomini in parata si girarono di scatto verso sinistra e si allontanarono rapidamente a passo di marcia, con le colonne che ondeggiavano qua e là muovendosi all’unisono. Lui le guardò andar via e capì che non si sarebbe mai più sentito parte di loro. Loro se ne andavano in licenza, convinti di essere invincibili e sapendo che non sarebbe mai successo a loro, mentre lui tornava al centro per adattarsi a quello che invece gli era successo. La mia guerra continua, pensò, e mi infilò in tasca.
Tramite questi e altri oggetti si ricostruisce quanto successo a Tom, da prima che saltasse in aria insieme all’ordigno fino al momento in cui la sua vita raggiunge una nuova, faticosa normalità.

Le altre due storie sono quelle di due ragazzi afghani, che vivono vicino alla base del soldati britannici: Latif, che milita nelle file dei ribelli, e Faridun, che invece non è interessato a combattere e vorrebbe semplicemente andare avanti con la vita normale del suo villaggio, aiutando il padre nel suo lavoro. Sono amici di infanzia, separati però da un conflitto che alla fine li unirà di nuovo.

La loro storia viene raccontata da oggetti diversi rispetto a quelli del capitano Barnes. Più semplici, che ben connotano l’origine e la vita dei ragazzi che descrivono: un sacco di letame, un tappeto, la batteria che serve per far esplodere un ponte e uccidere gli invasori, una vecchia bicicletta rubata, un caccia pronto a sganciare una bomba su un villaggio che si sospetta pieno di ribelli, una carriola, una banconota da venti dollari, quella che il capitano Barnes mette in mano al padre di Faridun, per risarcirne la morte ma che invece non fa che esasperarne il dolore.
L’uomo parlò sottovoce, guardandomi.
«Dice che è una cosa triste. Dice che accettare dei soldi da te per ripagare la morte del figlio è la cosa peggiore che abbia mai fatto. Tu parli di soldi che gli cambieranno la vita: la sua vita è già cambiata. Vorrebbe riuscire a essere forte e a rifiutare la tua offerta ma dice che hai ragione, non può resistere a così tanti soldi. Gli dispiace, però, perché non vuole nessun debito e nessun legame con voi».
L’uomo alzò gli occhi da me verso BA5799 e pronunciò un’ultima frase.
L’interprete non tradusse.
BA5799 spostò lo sguardo dal vecchio all’interprete.
«Che cos’ha detto?», chiese.
«Ti augura di non avere pace», disse l’interprete.
Oggetti che raccontano storie, quindi, che non permettono astrazioni ma tengono il lettore ancorato alla materia. L’ordine in cui vengono raccontate le storie di Tom, Latif e Faridun non è cronologico, non è prestabilito, ma fa salti tra passato e presente, tra prima dell’esplosione e dopo. E ognuno di questi capitoli si potrebbe quasi leggere come un breve racconto a sé. Tutti insieme, però, formano un’unica, grande storia.
Ti sei ricordato. Ti sei ricordato lo scoppio, il dolore e la solitudine dell’elicottero. Ti sei ricordato l’uomo che ti aveva portato via dal campo di battaglia, ti sei ricordato di quando eri in pezzi all’ospedale, invaso dai farmaci e dai tubi. Ti sei ricordato di aver rimpianto che ti avessero portato in salvo. Ti sei ricordato: «Abbiamo appena amputato la seconda gamba».
Ti sei ricordato di tutti quelli che ti avevano aiutato: le infermiere che ti avevano lavato con delicatezza e i dottori che ti avevano tagliato via altri pezzi per salvarti, la fisioterapista e «spingi bene con i glutei», l’uomo che mi aveva consegnata.
Ti sei ricordato l’ultima volta che avevi portato delle buste della spesa, prima di partire per quel paese lontano, quando non avevi bisogno di me, ed era una vita fa.
Grazie alla scelta di Harry Parker di far parlare oggetti, cose prive di sentimenti, Anatomia di un soldato riesce a trasmettere tutta la violenza, il dolore, il male, le difficoltà e le perdite di chi vive un conflitto, dando al racconto una forma universale, in grado di a rappresentare l’esperienza di chiunque, in qualunque guerra.

TITOLO: Anatomia di un soldato
AUTORE: Harry Parker
TRADUTTORE: Martina Testa
PAGINE:349
EDITORE: Sur
ANNO: 2016
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Anatomia di un soldato: 1
formato ebook: Anatomia di un soldato

venerdì 3 febbraio 2017

UN TEBBIRILE INTANCHESIMO E ALTRI RATTONCHI - Carlo Sperduti

Morale: se entrate in un locale e vedere elementi d'arrendo Ikea, trattateli con garbo. Sono molto sensibili.


Ogni volta che mi capita di dover recensire un libro pubblicato da Gorilla Sapiens edizioni, mi ritrovo a fissare per parecchi minuti la pagina bianca del post nel tentativo di riuscire a scrivere qualcosa. Colpa della mia coscienza che mi impedisce di ricorrere all'inflazionatissimo (seppur molto efficace): “fidatevi e leggetelo”.
Ovviamente mi sta succedendo la stessa cosa anche adesso. Dovrei parlarvi di Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi di Carlo Sperduti e trovare il modo di farvi capire che è un libro da leggere, ma non ho proprio idea di come fare.

Anche perché io mi sono convinta a leggerlo in un modo un po’ particolare. Non grazie alle recensioni di altri, ma ascoltando l’autore stesso leggere dal vivo il racconto che dà il titolo all'intera raccolta.
Protagonista è una strega cattiva e dislessica, anzi una sgreta tacchiva e dislessica, che, per vendicarsi della sua condizione ha gettato un tebbirile intanchesimo su tutti gli abitanti del regno, rendendoli a loro volta dislessici. Il rattonco, pardon… il racconto è tutto scritto così, in modo dislessico, e la lettura è stata talmente tanto folgorante che, appena terminata, mi sono alzata e sono andata a comprare il libro.

Tutti i brevi racconti che contiene sono all’altezza di quello che mi ha spinto ad acquistarlo. In ognuno di essi, Carlo Sperduti dimostra la sua incredibile, e non comune, capacità di giocare con le parole, con i loro doppi sensi e i loro significati (ma quanto mi ha fatta ridere “Voce dei verbi”, quanto? E dopo aver letto "Bertil" come farò a non provare un po' di compassione per i mobili Ikea spaiati?), dando vita a virtuosismi narrativi che rendono quasi inutile la presenza di una storia (e infatti di storie articolate in questi racconti non ce ne sono… e, quando ci sono, sono pervase da una nota di nonsense che le rende, per me, semplicemente fantastiche… anche quando non le capisco).

Ok, direi che qualcosa su Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi sono riuscita a scriverlo. Sperando che si sia capito quanto mi è piaciuto e, soprattutto, che Carlo Sperduti non legga questa recensione e ne faccia una recensione, dando vita a un "Non sono d'accordo con quello che scrivo 2.0".

In ogni caso, secondo me rimane valido quello che dicevo all'inizio, e che vale un po' per tutti i libri Gorilla Sapiens edizioni: fidatevi e leggeteli.


Titolo: Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi
Autore: Carlo Sperduti
Pagine: 127
Editore: Gorilla sapiens edizioni
Anno: 2013
Acquista su Amazon:
formato cartaceo: Un tebbirile intanchesimo e altri rattonchi

martedì 31 gennaio 2017

VIAGGIO SUL FIUME - Robert Nathan

«Ricorderà che tenevo pulita la casa», spiegò, «e che cucinavo bene. Ricorderà che lo facevo sentire a suo agio... ma non che lo amavo. Non ricorderà come mi sentivo tra le sue braccia. Non ricorderà com'era baciarmi».
«Vorresti che ricordasse questo?», chiese Mr Mortimer, curioso.
«Certo», rispose Minerva. «Che altro?».


Ci pensate mai a cosa rimarrà di voi nella mente di chi vi sta attorno quando non ci sarete più?  È un pensiero che non ci sfiora quasi mai, e sarebbe forse più strano il contrario, perché condizionerebbe troppo la nostra vita impedendoci a tutti gli effetti di viverla.
Però ogni tanto capita, magari di fronte a una notizia che ci sconvolge, di mettersi lì a pensare a cosa resterà di noi dopo. Chi si ricorderà di noi? E per cosa? Per tutte le cose belle che abbiamo fatto insieme, per tutti i ricordi e per tutto l’amore che ci siamo scambiati? Oppure rimarranno solo le cose pratiche, le cose quotidiane, le abitudini? E, soprattutto, possiamo ancora fare qualcosa per cambiare le cose?

Queste riflessioni, sulla vita, sulla morte e sull'amore sono il motore di Viaggio sul fiume, romanzo di Robert Nathan, pubblicato in Italia da Edizioni di Atlantide e tradotto da Gaja Cenciarelli.
  
Un pomeriggio di maggio, in una cittadina sulle sponde del fiume Missouri, Minerva Parkinson esce dall'ambulatorio del suo medico con la notizia di avere non più di due anni di vita. La notizia la sconvolge, non tanto per sé quanto per il marito Henry e per il ricordo che teme lui avrà di lei quando non ci sarà più. Sono una coppia tranquilla, Minerva e Henry. Una brava moglie e una brava casalinga lei, un impiegato contabile per un’azienda locale lui. Da giovani si amavano, tanto, e forse si amano ancora adesso, sebbene per Minerva diventi difficile riuscire a distinguere quel che è amore e quel che è pura e semplice sicurezza e abitudine. Per essere sicura di lasciare in Henry un ricordo importante decide di spendere tutti i soldi che ha messo da parte per acquistare una chiatta e partire finalmente per quel viaggio sul fiume che il marito da anni e anni sognava fare. Così si guadagnerà il suo amore e, soprattutto, si garantirà di non essere dimenticata.

Sapeva che quello che stava facendo era un gesto del tutto egoistico, benché avesse l'aspetto e il profumo della generosità. Stava spendendo parte del futuro di Henry per se stessa: stava comprando un'altra stanza nel cuore di Henry.

Harry sembra riluttante, stupito da questo strano gesto di sua moglie, ma alla fine accetta di partire. Durante una sosta del viaggio, sulla chiatta salgono altri due ospiti: Mr Mortimer, un uomo misterioso che Minerva aveva già incrociato poco prima della partenza, e Nora, una giovane e un po’ ingenua parrucchiera segnata da una salute molto cagionevole. 
Da un viaggio a due per creare ricordi, questo viaggio sul fiume diventa una strana vacanza a quattro, che modifica un po’ le volontà di Minerva nei confronti del marito e di se stessa.

Ho iniziato a leggere Viaggio sul fiume con la certezza che alla fine, se non già durante la lettura, avrei pianto come una fontana. Mi era già capitato, in passato, di leggere libri che raccontano relazioni tra persone un po’ avanti con gli anni che sanno che tra poco la loro vita finirà e di commuovermi come poche volte mi succede (mi viene in mente In viaggio contromano di Micheal Zaadorian, pubblicato da marcos y marcos, uno dei miei romanzi preferiti di sempre). Perché queste riflessioni sulla fine della vita e sugli amori che rimangono, questi viaggi d’addio, mi toccano sempre un po’.

Ma in questo libro c’è anche qualcosa di diverso della semplice storia d’amore. E lo si capisce fin dalla prima apparizione di Mr Mortimer, la cui reale natura è chiara fin da subito, e dalle discussioni che lui ha con Minerva prima e poi, nel corso del viaggio, con Henry e con Nora. Si parla di morte, con paura, certo, ma anche con curiosità, per capirne i meccanismi, i modi d’azione e se esiste, in qualche modo, la possibilità di fermarla o quantomeno di modificarne la venuta. Minerva vorrebbe farlo per se stessa, ma anche per Henry e per Nora. E la morte sembra quasi cedere alle sue richieste, colpita dal suo coraggio e dalla sua idea di amore. Quasi, però, perché contro la morte, contro il destino, in realtà, nessuno può nulla.

Alla fine, come avevo previsto, ho pianto. Per l’amore, per i ricordi, per quello che è rimasto. Ma mi sono anche stupita, per il coraggio mostrato da Robert Nathan nel trattare un argomento così importante nel 1949, e per tutte le riflessioni e i pensieri che Viaggio sul fiume, nella sua apparente semplicità, inevitabilmente fa nascere in chi lo legge.

«E quindi», disse, «cos'altro è l'amore, se non memoria?».


TITOLO: Viaggio sul fiume
AUTORE: Robert Nathan
TRADUTTORE: Gaja Cenciarelli
PAGINE:126
EDITORE: Atlantide
ANNO: 2016
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formato cartaceo: Viaggio sul fiume

giovedì 26 gennaio 2017

VOLTI NELLA FOLLA - Valeria Luiselli

Sapevo che non era molto sensato riporre alcun tipo di fiducia negli oggetti e che non appena ci abituiamo alla presenza silenziosa di qualcosa, questa si rompe o sparisce. Anche i legami con le persone che mi circondavano erano segnati da questi due modi della temporaneità: rompersi o sparire.


Ho comprato Volti nella folla di Valeria Luiselli, pubblicato in Italia da LaNuovaFrontiera e tradotto da Elisa Tramontin, alla fiera Più Libri Più Liberi di Roma. Stavo chiacchierando in chat con una mia amica, che mi stava raccontando di quanto le stesse piacendo questo libro che, a sua volta, le era stato consigliato da un’altra amica comune, che lo aveva amato allo stesso modo.

Questo dialogo, unito al bellissimo titolo, alla ancor più bella illustrazione di copertina a opera di Gaia Stella e al fatto che avessi sentito parlare spesso di questa scrittrice messicana senza però mai decidermi a leggere niente, mi hanno fatto venire un’improvvisa voglia di comprare questo libro. Poi è rimasto un po’ lì a guardarmi, dallo scaffale dei libri da leggere, prima che arrivasse il momento di aprirlo.

Volti nella folla è narrato in prima persona da una giovane donna, sposata con un architetto che forse la tradisce e madre di due figli piccoli. Una vita famigliare molto comune, che alla donna però inizia a stare un po’ stretta. Per evadere da questi ritmi e da queste abitudini inizia a scrivere un romanzo, in cui racconta della sua giovinezza newyorchese, quando di mestiere faceva la traduttrice e viveva di poesia, di incontri con personaggi bizzarri ed eccentrici e dormiva sempre a casa di altri. A questi racconti nel passato, si mescolano quelli nel presente, con il marito e i figli, ma anche quelli ancor più passati, con personaggi che non può aver incontrato ma che vivono comunque nella sua mente e, in qualche modo, la condizionano.
La protagonista si ritrova così a scrivere di sé e di altri, a ricordare e immaginare i tanti volti che, in mezzo alla folla, ha incontrato o abbandonato.

Volti nella folla è un libro abbastanza complesso. Il lettore entra nei pensieri della protagonista, salta con lei tra passato e presente, tra reale e immaginato, tra personaggi realmente esisti e altri che nascono e vivono solo nella sua mente. E, a un certo punto, un po’ si perde.
O almeno è quello che è successo a me.
Ho amato tantissimo la prima parte di questo romanzo e i ricordi della protagonista sul suo passato: il lavoro di traduttrice, la sua quotidianità fatta di incontri con sconosciuti a cui lasciare le chiavi di casa, fino al momento in cui le cose sono cambiate.
A volte, prima di ritornare nella sua cittadina, veniva nel mio appartamento a farsi un altro bagno e cenavamo con gli avanzi di quello che aveva cucinato il venerdì. Parlavamo dei libri che aveva venduto; parlavamo di libri in generale. A volte, la domenica, facevamo l'amore.

Così come ho amato anche il presente: il marito che legge quello che lei scrive da sopra la sua spalla e poi si interroga sulla sua veridicità, ma anche i sospetti che nei confronti dell’uomo la protagonista inizia a provare; e poi i figli e gli strani vicini di casa.

Mio marito mi chiede se è vero che non riesco a dormire dopo aver fatto sesso.
«A volte.»
«E che fai quando io mi addormento?»
«Ti abbraccio, ti ascolto respirare.»
«E poi?» insiste.
«E poi niente, poi mi addormento.»

A un certo punto, però, non ho quasi più capito che cosa stessi leggendo. Troppi personaggi che si mescolano, troppi incontri, e quel confine, tra reale e immaginato, valicato troppo di frequente. Può darsi fosse un effetto voluto, che portasse il lettore a perdersi tra i mille volti della folla che ci circonda e che spesso nemmeno esiste. Però, ecco, mi rimane la sensazione, anche dopo un paio di giorni dal termine della lettura, di essermi persa qualcosa, di non essere stata in grado di comprendere appieno il senso del libro.
Lo stile di Valeria Luiselli è incredibile. Mi sono piaciute le sue frasi, i suoi costrutti, il suo modo di osservare il mondo e descrivere i rapporti che si creano.

Anche se mi ci sono persa, anche se non sono sicura di aver capito tutto, Volti nella folla è sicuramente un libro da leggere. Per il modo in cui è narrato e per tutta una serie di piccole riflessioni, sulla vita e su quello che si è o non è, che fa nascere leggendo.


TITOLO: Volti nella folla
AUTORE: Valeria Luiselli
TRADUTTORE: Elisa Tramontin
PAGINE:169
EDITORE: laNuovafrontiera
ANNO: 2015
ACQUISTA SU AMAZON
formato cartaceo: Volti nella folla